Gli «Scritti» di Pablo Picasso: la verità dell’arte tra realtà e poesia

Negli «Scritti» (edito da SE) Picasso mette a nudo se stesso e racconta la sua arte. Significative sono, infatti, le sue considerazioni sull’arte, le lettere e le interviste nelle quali viene svelato al lettore il suo mondo ideale e la sua  acutissima visione umana. All’interno di questo libro troviamo anche tutte le poesie che Picasso scrisse intorno al 1935 e la celebre commedia intitolata «Il desiderio preso per la coda» (1941). A Mario De Micheli va il grandissimo merito d’aver raccolto sapientemente questo ricchissimo materiale in un unico e prezioso libro.

Luca Greco

Gli Scritti e il metodo surrealista dell’automatismo

Picasso phSolitamente, la data dell’inizio dell’attività saggistica e letteraria di Picasso viene fatta risalire intorno al 1935. Durante quel periodo, per circa due anni, l’artista smette di dipingere per dedicarsi alla poesia. Fin da subito egli sposa con entusiasmo il metodo surrealista dell’automatismo, ereditato dai suoi amici poeti (surrealisti), ai quali si avvicina dopo il 1925. La frequentazione di quest’ambiente lo conduce, infatti, a sperimentare una nuova libertà d’espressione, maggiormente diretta e istintuale. Se da un lato l’accostamento di Picasso al surrealismo risulta fortemente discutibile, almeno per quanto riguarda la pittura, d’altro canto, è indubbio che tale movimento abbia esercitato un fascino del tutto particolare su di lui come scrittore.

Nonostante questa sottile ma significativa differenza, occorre precisare al lettore due cose di fondamentale importanza: innanzitutto che Picasso resta un pittore anche quando scrive e ciò è riscontrabile  mediante il fatto che i «suoi colori» svolgono un ruolo determinante all’interno degli Scritti; in secondo luogo, che la principale chiave di lettura dei suoi testi rimane, come per la pittura, la realtà.

La realtà

Fin dalle origini dell’uomo, arte e natura sono sempre state considerate come realtà differenti. Nella Repubblica (tra 390 e il 360 a.C.), Platone distingueva la copia (l’oggetto sensibile) dall’originale (l’idea) e confinava l’immagine dell’opera d’arte ad un livello di verità inferiore in quanto copia di copia.

Molti secoli dopo, Picasso sostiene che l’arte altro non è che una «bugia convincente» per mezzo della quale siamo in grado di realizzare una determinata verità che ci è data capire. A suo avviso, l’arte astratta in quanto tale non esiste. Anche gli oggetti immaginati hanno apparenze reali. Occorre sempre partire da qualcosa, da un oggetto realmente esistente che tocca l’anima dell’artista, eccitando le sue idee e scuotendo le sue emozioni. Oltre qualsiasi tentativo di astrazione, la natura impone sempre all’uomo le sue apparenze. La pittura, per Picasso, è un’arte concreta, una rappresentazione di cose realmente esistenti. La sua polemica contro coloro che vogliono raffigurare l’indipingibile sta tutta in questa affermazione: «Non si tratta di partire dalla pittura per arrivare alla natura: è dalla natura alla pittura che bisogna andare. Ci sono dei pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, con la loro arte e intelligenza, trasformano una macchia gialla in sole». (Pablo Picasso, Lettera sull’Arte in Scritti, SE, pp.18-19)

Il significato di tali considerazioni acquista ancora più vigore se pensiamo al suo periodo più apertamente sperimentale, cioè il cubismo, inteso come un insieme di forme primarie alle quali noi diamo un loro specifico significato. Picasso resterà per tutta la sua vita un artista – per usare un aggettivo di Mario De Micheli (curatore di questa raccolta) – «terrestre» che ricusa la trascendenza della metafisica, un artista che fa a pezzi la realtà nelle sue forme più semplici, solamente per averne una maggiore comprensione.

A tal proposito scrive: «Quando abbiamo inventato il cubismo non avevamo affatto l’intenzione d’inventare il cubismo ma l’esprimere tutto quanto era in noi. Nessuno di noi definì un programma d’azione; i nostri amici poeti che seguivano da vicino i nostri sforzi non ce l’hanno mai dettato. Ci sono giovani pittori, oggi che si fanno spesso delineare da altri il programma da seguire e poi lo applicano senza errori come un compito in classe. Il pittore subisce stati di pienezza e di restrizione. È questo il segreto dell’arte. Vado a passeggiare nella foresta di Fontaineblau, faccio indigestione di verde. Devo pur liberarmi da questa sensazione in un quadro. Il verde è il colore in esso dominante. Il pittore dipinge per un bisogno di liberarsi da sensazioni e visioni. Gli altri se ne impadroniscono per coprire un po’ della loro nudità. Prendono ciò che possono e come possono. Io credo che alla fine rimangono a mani vuote; si sono fatti, cioè, un vestito che ha le misure della loro incomprensione. Essi fanno di tutto a propria immagine e somiglianza: da Dio a un semplice quadro. Il chiodo è, infatti l’elemento che distrugge la pittura, la quale ha sempre una propria importanza, non fosse altro che quella dell’uomo che l’ha fatta. Il giorno stesso che il quadro viene comperato e appeso al muro, esso acquista un altro significato, e la pittura se n’è andata!». (Pablo Picasso, L’arte astratta non esiste, in Scritti, SE, pp. 30-31)

L’arte del semplificare

Altro importante aspetto affrontato da questo libro è il metodo di lavoro di Picasso. Egli sceglie temi (simboli) estremamente semplici, come il toro, il cavallo, il coltello, la lampada, il fiore. La natura deformata di questi soggetti è certamente dovuta alla predominante esigenza di sintesi «distruttiva» presente nell’animo dell’artista: «Per me, un quadro è la somma di distruzioni. Prima faccio un quadro, poi lo distruggo. […] Io penso spesso a una luce e a un’ombra; quando le ho messe in un quadro mi esercito a “romperle” […] Vorrei arrivare al punto che non si potesse vedere come un mio quadro è stato fatto. Per quale motivo? Desidero soprattutto che dai miei quadri esca l’emozione. […] Quando si comincia un quadro si fanno spesso scoperte seducenti. Bisogna diffidarne, distruggere il proprio quadro, rifarlo molte volte. Anche quando distrugge una bella invenzione l’artista, in fondo, non la sopprime mai, ma la trasforma, la condensa, la rende più sostanziale. L’opera compiuta è il risultato di una serie di scoperte via via eliminate. Altrimenti uno corre il rischio di diventare l’amatore di se stesso. Io, a me non vendo niente». (Pablo Picasso, L’arte astratta non esiste, in Scritti, SE, pp. 27-28)

Guernica
Guernica (Particolari)

Conclusioni

L’importanza di questo libro sta tutta nel fatto che esso ci conduce dritti al cuore del processo creativo di Picasso, attraverso una strada alternativa  a quella dell’arte figurativa. Ogni riflessione e ogni parola contenuta all’interno di questa raccolta di Scritti nasce comunque dalla sua esperienza umana e creativa. Si tratta di parole e concetti che trovano una radice nel suo fare, nel suo vivere la quotidianità. Questo è il modo di Picasso di prendersi cura delle cose e di entrare in relazione con esse: «Io tratto la pittura come tratto le cose. Dipingo una finestra come guardo da una finestra. Se questa finestra aperta non sta bene nel quadro, tiro una tenda e la chiudo, come farei nella mia stanza. Con la pittura si deve agire come nella vita: direttamente» (Pablo Picasso, L’arte astratta non esiste, in Scritti, SE, p. 30).

Tale affermazione (del 1935) ci fornisce la principale chiave di lettura dell’intera opera dell’artista: la coscienza del reale si confermerà il punto fermo della sua ricca e multiforme poetica. Tuttavia, la realtà vista con gli occhi di Picasso, non è oggettiva (immobile e immutabile), ma in continuo movimento. Basti pensare, ad esempio, al suo celebre racconto della famosa «testa di toro», dove il sellino di una bicicletta diventa la testa dell’animale e il manubrio diventa il paio di corna: «ho fatto di quel manubrio e di quella sella una testa di toro che tutti hanno riconosciuto come tale. La metamorfosi si compia in senso contrario. Supponete che la mia testa di toro sia gettata tra i rottami. Un giorno forse un ragazzo, vedendola, si dirà: “Ecco qualcosa che potrebbe servire molto bene come manubrio per la mia bicicletta…”. Così una doppia metamorfosi si sarà compiuta». (Conversazione trascritta da A. Warnod, In pittura tutto è segno in Scritti, SE, p. 56)

Dietro questo esempio si cela il principio di metamorfosi proprio di tutte quelle cose che diventano altre cose o altri esseri viventi. Questa è la logica che caratterizzerà la maggior parte dei suoi capolavori. Per Picasso l’opera d’arte non si configura come un evento effimero o come qualcosa distinto dal mondo. L’arte è invece una verità raccontata che appartiene al mondo, una rappresentazione di qualcosa per qualcuno, una semplice trasmutazione in una figura.

Le sue considerazioni sull’arte illuminano la nostra visione della realtà. Leggendo gli  «Scritti» si ha come l’impressione di avvicinarsi un po’ di più all’anima del grande maestro e di toccare quel «fondo di verità» in cui albergano i ricordi d’infanzia e di vita vissuta. Rivivere il dramma di Picasso attraverso l’energia creativa dei suoi versi poetici e riscoprirne i cromatismi pittorici tra le parole scritte è un’esperienza grandiosa e viva. Questo in arte è ciò che conta. Tutto il resto – come direbbe l’artista – è menzogna.

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