“Una svastica sul viso” – Intervista a Luca Buoncristiano

Dopo il successo di “Libro Rotto” (El Doctor Sax, 2017), Luca Buoncristiano torna nelle librerie con “Una svastica sul viso”(El Doctor Sax, 2020), un originale e surreale ritratto di una delle più celebri icone del male del ‘900. Stiamo parlando di Charles Manson, il criminale statunitense noto alle cronache per essere stato il mandante delle stragi Tate-La Bianca, dove vennero uccise sette persone tra le quali Sharon Tate, la moglie del regista Roman Polanski, incinta di otto mesi. Con un’operazione di docufiction letteraria, l’autore ri-costruisce la storia interiore di Manson da una prospettiva del tutto inedita.

Ma perché è così importante parlare oggi di Manson? All’interno di questa intervista, Buoncristiano mi racconta la genesi della sua ultima creazione letteraria, le sue ricerche, la Hollywood di quegli anni e tanto altro ancora.

Intervista a cura di Luca Greco

Io e te ci siamo incontrati al Salone del Libro nel 2019 durante la tua presentazione del tuo primo libro con “El Doctor Sax”. Oggi torni nelle librerie con un nuovo titolo edito sempre dalla stessa casa editrice. Da “Libro Rotto” a “Una svastica sul viso” che cosa è cambiato? Che cosa è successo in questi anni?

“Semplicemente è passato del tempo, molto tempo, il che vuol dire che c’è un vissuto che mi ha segnato e si è posato dentro di me. “Libro Rotto” ha avuto una gestazione molto lunga, credo sugli otto anni. Quando uscì ero quindi diverso da quando l’avevo iniziato. Sicuramente, la differenza sostanziale, è che sono diventato padre. Questo modifica indissolubilmente la percezione del mondo”. 

Luca Buoncristiano, Ph. Dido Fontana

Scegli di dar voce a uno dei personaggi più controversi del ‘900. Come nasce questa idea? Perché proprio Manson? Che cosa ha ancora da dire oggi?

“Non mi interessa cosa abbia da dire lui, mi interessa riuscire a dire qualcosa io grazie a lui. Charles Manson storicamente non ci riguarda, non riguarda noi italiani. Fa parte del mondo americano da cui però siamo costantemente influenzati o fascinati. I suoi crimini invece sono una situazione narrativamente perfetta e lui una maschera altrettanto perfetta. 
Quello che metto in scena sulla pagina è questo gioco di maschere dove io fingo di essere lui e lui finge di essere me e alla fine resta solo la finzione nella sua più crudele purezza, perché dietro alla maschera non c’è nessuno”. 

Che cos’è il “male” per Luca Buoncristiano?

“È quanto ci identifica come esseri umani. La civiltà si forma e si struttura sul male. Dobbiamo ringraziare Dracone se siamo arrivati a sette miliardi di abitanti su questo pianeta. Anche Dio esiste in contrapposizione al male, senza di esso non potrebbe esercitare il suo potere di legislatore morale. Se  Dio è creatore, lo è anche del male, attraverso cui impariamo a distinguerlo dal bene. Ad ogni modo, secondo le principali religioni monoteiste, vi è un aldilà florido se ci comportiamo bene. i dieci comandamenti appaiono di una banalità sconcertante, eppure si è dovuto scomodare Dio a dirceli. Ecco quindi che il male appare necessario per permetterci di ambire al bene. Il male infine è sempre giusto per chi lo commette. Chi lo esercita agisce seguendo la propria inclinazione, In sintesi il male è il bene venuto male o è l’uomo che è proprio andato a male”. 

Durante la narrazione alterni la finzione letteraria con la realtà facendo un uso significativo delle dichiarazioni dello stesso Manson. Che tipo di ricerche hai compiuto durante la scrittura di questo libro?

“Ho visto tutte le interviste di Charles Manson che sono indubbiamente magnetiche dal punto di vista della lingua che è stata anche la cosa più difficile da riproporre. Infatti, non la ripropongo, me la invento partendo dai suoi tic del linguaggio. In secondo luogo, ho studiato il contesto da cui esce la sua figura, la vita delle carceri americane, e il contesto in cui si inserisce, la cultura hippie. Attenzione, questo è un punto molto importante che giustifica il processo come processo politico. L’establishment americano aveva raggiunto il massimo di insofferenza nei confronti dei propri figli capelloni e drogati e socialmente ritenuti pericolosi. Infine, Charles Manson per sua stessa ammissione è un ignorante, però ammette di essere un “beat”, quindi mi sono immerso nuovamente nella lettura degli scrittori della cosiddetta Beat Generation“.

“Una svastica sul viso” ha inizio con una telefonata tra Manson e Joe Rotto, protagonista dei tuoi libri precedenti (“Libro Rotto” e “Libro Rotto”). Che legame sussiste tra i due personaggi? Puoi svelarci qualcosa?

“Inizialmente, avevo concepito il lavoro come una costola del Libro Rotto o comunque un satellite di questo “mondo rotto” che ho inventato ma entrando dentro Manson mi sono reso conto che lui aveva una piega, una posa o postura molto diversa da Rotto. Manson è rivolto verso l’interno. È un interno che parla del proprio inferno, Rotto è invece il riflesso dell’inferno degli altri, è un fatto estetico. Quindi questa telefonata di cui parli non esiste più se non come delirio del protagonista. Per quello che mi riguarda il filo del telefono può essere staccato. Ancora, Rotto è una moltitudine, si struttura grazie ai clienti cui vende dipendenze e depravazioni, Manson è una solitudine. Guardategli bene gli occhi. C’è fame dentro quegli occhi. Sono come quelli dei cani. L’orrore ha un volto, diceva Brando in Apocalypse now“.

Un aspetto secondo me molto interessante di questo libro è la descrizione che Charles dà della propria condizione di prigionia, intesa – per usare le sue (tue) parole – come una “folle illusione”, un sentirsi dentro un “immobile tempo” che si contrappone costantemente a una dimensione esterna e corrotta della società. Se da un lato questa separazione “forzata” tra il “mondo di sotto” o inframondo vs quello di sopra ci spinge a vedere il mostro Manson attraverso sembianze più umane, dall’altro lato fornisce al lettore l’occasione per riflettere sulle contraddizioni di quella società. Luca, questo libro è anche una denuncia sociale?

“Non mi interessa l’aspetto sociale della vicenda, lo uso solo a fini poetici, soprattutto nel j’accuse finale in cui l’America è identificata con Mister e Miss, cioè due figure genitoriali. Se la prende con mamma e papà. In quel momento Manson diviene… ha lo stesso dramma di Cristo sulla croce. “Padre mio perché mi hai abbandonato”. Credo che questa figura misteriosa del padre sia stata la sua ferita più grande. Lui dice una cosa molto sensata e cioè di essere figlio delle istituzioni, parliamo ovviamente dei riformatori e dei penitenziari, lì nasce e cresce come uomo. Ecco quindi che la cella assume una dimensione di conforto. È casa. Non vuole uscire infatti. Lo dice chiaramente. Ma non può uscire, dico io, e non perché è condannato a vita, ma perché intimamente è un uomo che non può concepire un’alternativa se non come automassacro”. 

Che cosa ha in comune la “realtà di sopra” con la Hollywood di quegli anni?

Hollywood è quanto di più bello, finto, nevrotico e spietato sia stato prodotto da quel establishment. Hollywood è una magnifica illusione di cartapesta. Hollywood è il mondo impossibile anche per se stessa e infatti si è autofagocitata. La bellezza non fa sconti e non da tregua. E’ spietata e imperdonabile. Viale del tramonto docet. Tu non sarai mai Paul Newman o Marilyn Monroe, ma neanche loro”.

Qualche anticipazione sulla tua prossima creazione? 

“Sarà una storia d’amore“.

Per saperne di più sul libro clicca qui.

Una Svastica sul viso (El doctor Sax, 2020)

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