“Dopodomani non ci sarà. Sull’esperienza delle cose ultime”. Il ricordo di Monica Bardi

Poco più di 2 anni fa usciva nelle librerie “Dopodomani non ci sarà. Sull’esperienza delle cose ultime“ (Chiarelettere, 2018),  l’ultimo romanzo (postumo) del noto scrittore e giornalista torinese Luca Rastello, scomparso nel 2015. In questa intervista la moglie Monica Bardi mi racconta la genesi di questo libro.

Intervista a cura di Luca Greco

Monica, qual è il tuo primo ricordo che hai di Luca? Ti va di raccontarmi come vi siete conosciuti? 

“Io e Luca ci siamo conosciuti al liceo Massimo d’Azeglio di Torino. Lui era stato rimandato a settembre in quinta ginnasio e poi bocciato a settembre. Aveva pagato così la sua ribellione e anche il suo attivismo politico nell’MLS, il movimento dei lavoratori per il socialismo. L’insegnante del ginnasio aveva convocato anche alcuni genitori della classe per segnalare la pericolosità dello studente. Fra questi la mamma del suo compagno di banco, Franco Pezzini (disegnatore straordinario e oggi uno dei più grandi esperti di letteratura fantastica), ma la signora Vittoria lo aveva difeso a spada tratta. Quando arrivò nella mia classe, da ripetente, Luca non dava confidenza a nessuno. Sedeva nel banco con aria annoiata, leggeva qualche libro che teneva sulle ginocchia ma, quando veniva interrogato dall’insegnante di latino e greco, traduceva con una scioltezza straordinaria. Ci chiedevamo come mai fosse stato bocciato (alla maturità avrebbe preso il massimo dei voti, qualche anno dopo): io allora ero una brava ragazza dalla faccia pulita, come lui mi definì nel romanzo “Piove all’insù”, tutto il contrario delle femministe che si riunivano nei collettivi, delle sue amiche e delle sue fidanzate. Per qualche anno ci annusammo, curiosi uno dell’altro. Lui era colpito dalla mia abilità nella scrittura. Il nostro insegnante di italiano, Giuseppe Scalcini Caldi, un dantista straordinario, entrò un giorno in classe dicendo che “gli tremavano le mani” perché da molti anni non assegnava un 9 a un tema e quel voto era mio. Ricordo che Luca si voltò a fissarmi intensamente. Poi un altro episodio buffo: a 18 anni una zia mi regalò le lenti a contatto per liberarmi dei miei occhiali da miope e per festeggiare comprai anche degli stivali con tacco alto. Quando arrivai a scuola Luca non mi riconobbe e fissandomi andò a sbattere la fronte sullo stipite della porta della classe. Io allora avevo un fidanzato che si chiamava Paolo e che avrebbe dovuto venire in gita con la nostra classe. Ma all’ultimo momento scelse di risparmiare i soldi della gita per comprarsi un motorino. In quella gita in Umbria (bellissima, con la moglie del sindaco Novelli, nostra insegnante di arte, che ci guidava alla scoperta di chiese e opere con un’intelligenza rara), Luca mise in atto un corteggiamento serrato. A Perugia, visto che mi piaceva il sistema di illuminazione, si arrampicò su un palo con un coltello e rubò un lampioncino per regalarmelo, poi mi convinse a non rientrare in albergo a Urbino, Passammo tutta la notte a camminare e a parlare… Lui era un misto di timidezza e spavalderia. Alla fine, in prossimità dell’albergo e mentre già albeggiava, trovò il coraggio di darmi un bacio”. 

Chi è stato Luca?

“Luca ha vissuto molte vite in una. Figlio unico di un militare e di una madre giovanissima e inquieta (aveva 22 anni quando lui nacque), al liceo visse da giovanissimo le vicende del movimento del Settantasette (poi ricostruite minuziosamente nel romanzo “Piove all’insù”, pubblicato da Bollati Botighieri nel 2006). All’ Università seguì un corso di filosofia con indirizzo matematico, ma intanto non volle trascurare i suoi interessi letterari, fondando con alcuni amici la rivista “L’Opera al Rosso”, prima uscita con due numeri sperimentali autoprodotti e poi pubblicata dall’editore genovese Marietti. Inoltre, dopo aver studiato tedesco, si era appassionato alla letteratura praghese e aveva deciso di imparare il ceco da un’insegnante di Torino, Ivana Brozova, che aveva preso molto seriamente il suo compito. Spiazzando i suoi genitori, aveva anche chiesto loro di trascorrere qualche mese a Praga e qui aveva fortunosamente incontrato lo scrittore Bohumil Hrabal, scrivendo un pezzo su questo episodio per la rivista “L’indice dei libri del mese”, nata da un paio d’anni. Goffredo Fofi notò questo articolo e lo chiamò a casa per conoscerlo: ne nacque un’amicizia fortissima fra i due, che continuò tutta la vita, anche nel periodo della malattia. Dopo l’Università lavorò come redattore all’Indice, poi per il desiderio di tornare a “fare politica”, entrò al gruppo Abele, lavorando come direttore delle riviste “Narcomafie” e di “Aspe”. Colpito dalle notizie sulla guerra in ex Jugoslavia partecipò alla costituzione di un Comitato per l’accoglienza dei profughi; compì numerosi viaggi in ex Jugoslavia, riuscendo a imparare il serbo croato (attraverso la mediazione del ceco); nell’anno in cui nacque la prima figlia, Elena Alma, accogliemmo nella casa prefabbricata di montagna in val Soana un nucleo di due famiglie per un totale di nove persone (fra cui due gemelli di due mesi). Altri ne arrivarono nei mesi seguenti. Esaurita l’esperienza al Gruppo Abele e dopo collaborazioni con “Diario della settimana” e la direzione dell’“Indice” venne assunto da “Repubblica”, prima nella redazione del settimanale “D” e poi nella sezione torinese del quotidiano. Nel 2005 si ammalò di tumore allo stomaco e, dopo una prima previsione di un mese di vita, venne operato e si sottopose a pesanti cure chemioterapiche. La seconda figlia, Olga, aveva appena due anni e mezzo. Negli anni della malattia scrisse i romanzi sul tema del narcotraffico (“Io sono il mercato”) e sull’Alta velocità (“Binario morto”) e “I buoni” sui guasti del terzo settore. Nel frattempo viaggiò molto e scrisse su quotidiani e periodici. Dopo 10 anni il male si ripresentò: Luca morì nel 2015, a quasi 54 anni”.

Luca è stato un grande scrittore e giornalista. Che rapporto aveva con la verità?

“Luca era estremamente spiazzante perché aveva una grande abilità nello smascherare le forme di ipocrisia o di adeguamento conformista alla realtà. È questo il motivo per cui ancora adesso, a distanza di cinque anni dalla morte, molte persone mi cercano per chiedermi che cosa avrebbe pensato di quello che succede nel mondo. Il suo sguardo sulla verità era un onesto sguardo che partiva da un punto di vista e da un pensiero ben strutturato. Non penso che si sia mai arrogato il diritto di raccontare la verità ma sapeva guardare il reale con lucidità dal suo punto di vista sincero e schierato”.

Nel 2018 Luca è tornato nelle librerie con “Dopodomani non ci sarà. Sull’esperienza delle cose ultime”. Tu ne hai curato l’edizione. Hai fisicamente messo assieme le sue profondissime riflessioni. Come è nata questa idea?Che tipo di ricerche hai svolto per dar vita a queste pagine?

“Sapevo che stava lavorando a questo romanzo e me ne aveva letto alcune parti. La parte compiuta del romanzo consisteva però di una ventina di cartelle: lo scoprii quando cominciai a esplorare i files presenti nel suo computer. Scoprii anche che due giorni prima di morire Luca  aveva cambiato il nome del file, da “la Luce” a “Dopodomani non ci sarà”.  C’era un’ampia qualità di materiale che Luca avrebbe certamente organizzato secondo un suo disegno ma quale sarebbe stato questo disegno e quali parti avrebbe accolto e quali invece scartato? Ero posta di fronte a un dilemma: accettare che quest’opera “restasse nel cassetto” o provare a dare un ordine provvisorio e dei titoli alle varie parti, rispettando la compattezza delle sezioni. Quello che mi convinse, al di là della limpidezza della scrittura, fu la sensazione che Luca si fosse messo completamente a nudo, incalzato dalla malattia, e si rivolgesse al lettore con un tono da “discorso orale” senza mediazioni. Sembrava di sentirlo parlare e le cose che aveva da dire erano urgenti: voleva dare un senso all’esperienza della morte e condividere i suoi pensieri con i lettori. Avevo provato la stessa sensazione quando avevo ripensato al gesto con cui mi aveva inviato, qualche giorno prima di morire, una lettera rivolta alle figlie. Anche quello era un atto pubblico. Per Luca non c’era un confine fra vita privata e pubblica, era tutto mescolato. Mentre vedevo sfilare, nella stanza in cui agonizzava, tutte le persone che lo avevano amato in vita (e che lo amano ancora), capii che quella lettera alle figlie doveva essere letta pubblicamente al funerale, che questa era stata implicitamente la sua volontà. Chiesi all’attore Marco Gobetti di farlo è questo trasformò la cerimonia al forno crematorio di Torino e la sera alla Cavallerizza in riti collettivi. Mi dissero che erano state presenti 400 persone. Fa effetto pensare adesso, in tempi di Covid, a quel bagno di folla”.

Che cosa ha significato per te fare i conti con  “l’esperienza delle cose ultime” di Luca? 

“Forse ha significato conciliarmi in parte con l’idea che se ne fosse andato ma anche lanciare il suo pensiero oltre l’ostacolo rappresentato da quella che lui chiamava “Madame Problema”. Una sorta di rivincita contro il destino, nella consapevolezza che ovviamente la forma presa dal libro pubblicato da Chiarelettere non sarebbe piaciuta a Luca. Ma non c’era scelta. È stato importante per tutti, anche per le figlie, che volevano ovviamente comprendere in che senso quella esperienza di “andare a vedere che cosa c’era dietro la curva” non fosse stata segnata dalla disperazione, ma dalla stessa curiosità che è stata il motore di tutta una vita”.

Tu dici di aver raccolto all’interno di questo libro “le parti più compiute del romanzo, nella certezza che la visione del mondo che esprimono e le riflessioni (spesso urticanti e feroci) che contengono possano essere utili a sani e malati”. Qual è l’eredità più grande che Luca lascia ai suoi lettori?

“Come ha detto giustamente Mauro Ravarino nella introduzione della nuova edizione della “Guerra in casa” appena pubblicata da. Einaudi, Luca era “un saltatore di muri”: penso che ci abbia insegnato a non arrenderci al concetto di realtà. Lui pensava che occorresse avere il coraggio di esplorare le possibilità che la vita offre, anche quando sembra impossibile. Grazie a lui e agli amici del Comitato per l’accoglienza dei profughi dalla ex Jugoslavia hanno trovato salvezza e accoglienza in Italia moltissime persone. Al funerale una sconosciuta si è avvicinata e mi ha detto che erano più di 500 persone. Un’impresa titanica, come quella di affrontare la malattia come una guerra, senza mai arrendersi all’evidenza delle diagnosi e dei verdetti. Luca era un realista, per parafrasare Che Guevara: chiedeva l’impossibile”.

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