Senza quando e senza dove: L’uomo nel fango

Luca Greco

Vi siete mai chiesti che cosa si prova ad essere catapultati all’interno di una storia senza spazio e senza tempo?

Nelle cinquanta pagine del suo ultimo romanzo, intitolato “L’uomo nel fango” (edito da Autori Riuniti),  Livio Milanesio sottrae al lettore ogni riferimento spaziale e temporale. L’effetto prodotto è formidabile e coinvolgente. Smarriti e privi di qualsiasi coordinata o appiglio esistenziale veniamo letteralmente gettati all’interno di una vicenda dall’atmosfera onirica. 

Buona parte del pensiero occidentale ci ha insegnato nel corso dei secoli  che è possibile avere maggiore consapevolezza di se stessi attraverso la conoscenza delle proprie radici. Leggere questo libro è un po’ come dimenticare chi siamo per vivere un tempo sempre presente, dannatamente reale e dagli esiti mai scontati. Immergersi nel fango per rivivere le azioni descritte dall’autore è un’esperienza incalzante e viva, contrariamente al contesto all’interno del quale si svolge la vicenda.

L’uomo nel fango è la storia di Elvis e Fanni, i due protagonisti che abitano all’ombra di ciò che accade nella grande città, lì dove ogni cosa sembra scivolare verso il basso. Quello descritto dall’autore “è un posto di fango. Ce n’è dappertutto, anche dove non lo vedi. […] Tutto diventa viscido o secco e polveroso, dipende della stagione. Anche le cose da mangiare sanno di fango. Anche quelle appena portate dalla città. Perché il fango ce l’abbiamo in bocca”. (pp. -17,-18) 

La città che vive sembra essere lontana; ha deciso di espandersi e di concentrare le sue attenzioni altrove. I palazzi si sono svuotati e sono rimasti  solamente i due protagonisti. Un tempo, però, i palazzi gemelli (Caseggiato A e B) erano pieni di vita, “di richiami e bestemmie, sgasate di motori, canzoni tristi, caffetterie fine corsa. […] Ma il progresso aveva cambiato strada, la città era cresciuta da tutt’altra parte. Senza fognature, senza mezzi pubblici, con una sola strada male asfaltata che li collegava alla città, un allaccio alla corrente elettrica illegale gli edifici erano morti prima ancora di essere vissuti”. (p. -36)

Di quel passato di pace non resta che uno sbiadito ricordo. Milanesio, infatti, cancella anche la memoria ai protagonisti: “Qui era pieno di gente, dice Elvis, – Ma non mi ricordo più le facce e i nomi sui campanelli non ci sono più. Ho dimenticato tutto. Papà, mamma, le sorelle, i fratelli”. (p.-26) 

Durante una notte di quotidiana sopravvivenza Elvis si sveglia, va alla finestra e, sul campo da calcio fangoso vede una figura umana completamente immobile. “L’uomo ha i piedi sprofondati nella pozzanghera scura, fino alle caviglie. Ha il capo abbassato e gli occhi chiusi, sembra che dorma. Il giaccone da soldato è incrostato di fango bagnato. Tutta la figura, capelli compresi, è ricoperta da un sottile strato del fango dal quale sorge. Elvis raccoglie un sasso tondo e lo tira. L’uomo alza lo sguardo, un occhio chiuso accecato dalla luce del mattino”. (pp. -31,-30) 

Si tratta di Pietro Ritornato, così verrà chiamato da Elvis. Chi sia davvero questo uomo misterioso non ci è dato saperlo. Lui stesso non ha idea di chi sia e da dove venga. Tante sono le cose che non sappiamo e che vorremmo sapere. Ad esempio, non sappiamo nemmeno perché Elvis e Fanni non vogliano salire all’ottavo piano. Il mistero si infittisce. La storia lascia molte possibilità aperte, sarebbe bello far ritorno in quei luoghi per far luce su alcune misteriose verità che alimentano la mia curiosità.

 

Sull’autore

Livio Milanesio è nato nel 1966. Ha lavorato come regista teatrale e di cinema d’animazione. Attualmente si occupa di strategie di comunicazione e storytelling per aziende in Italia e all’estero. Insegna all’Istituto europeo di design. Ha pubblicato una trilogia di racconti per Liberaria editrice e il romanzo La verità che ricordavo (finalista nazionale Neri Pozza) per Codice Edizioni.

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