Il teatro del reale. Intervista a Fabio Angelo Bisceglie

“Quello che cerco di fare con queste figure è innanzitutto uscire da una canonicità. Cerco di farmi spazio tra bello, brutto, giusto e buono. Cerco di fare un passo al di là della realtà, oltre il surreale. Il reale per me è lo svelamento della realtà e della sua illusione. È fare i conti con l’impossibilità di figurare e di quadrare, dando la mano al nulla della verità vera, all’assurdo dell’esistenza, all’inconcepibile, all’accidentalità dell’uomo”. Durante questa intervista Fabio Angelo Bisceglie ci racconta la sua storia e la sua idea di bellezza.

 

Intervista a cura di Luca Greco

Fabio, sono fermamente convinto che ogni opera d’arte sia in fondo un racconto. Che genere di racconto narrano le tue opere?

“Sì, la mia arte è un racconto. È un racconto che dice senz’altro qualcosa sia di personale che di esterno a me. Spesso scelgo dei soggetti simbolici arcaici, rappresentati non nella loro universalità, ma anche loro intaccati dalla molteplicità. Facciamo mille cose contemporaneamente. Dire chi sei oggi è complesso ed io non faccio nient’altro che rappresentare questa identità leggera che può variare e trasformarsi”. 

Parliamo un po’ del tuo percorso artistico. Come nascono le tue opere? 

“La mia prima esplorazione artistica fu quella teatrale. Mi legai all’arte pittorica tramite uno spettacolo di Lanford Wilson,  intitolato “The House of yes”. Per studiare i suoi personaggi scoprì la questione psichiatrica come un punto di lavoro molto importante. Per tradurre e raccontare i passaggi interni mi trovai a essere comodo e scomodo nel linguaggio pittorico perché era un linguaggio “altro” da quello che io pensavo. Io avevo a che fare con l’alterità di questo linguaggio. Era un linguaggio nuovo per me e questo mi ha permesso di dire in maniera nuova tutta una serie di cose che ho affrontato nella mia vita, che ho studiato e che ho esperito”.

Perché “comodo”?

“Il teatro solitamente è un linguaggio più corale, mentre il dipingere è un tu per tu con il vuoto. Sei responsabile al cento per cento di quello che fai. Quindi, in realtà si tratta di un linguaggio comodo fino ad un certo punto. All’interno delle arti più corali vi è un’alchimia di responsabilità collettiva. Nel caso della pittura c’è il soggetto che è messo lì a fare qualcosa, ispirato da altro. Qui sei solamente tu ad essere responsabile di questa cosa”.

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ph L. Greco, Fabio Angelo Bisceglie

Come nasce l’idea di dipingere l’interiorità dei tuoi soggetti?

“Nasce dal fatto che quando guardavo il soggetto mancava sempre qualcosa che volevo rappresentare e che non riuscivo a rappresentare che era l’interno. Volevo rappresentare la voce. Arrivavo dal teatro. Nel teatro una delle cose fondamentali, a parte ciò che si fa e si vede, è la voce, il suono. Mi sono chiesto: come posso dipingere il suono? È chiaro, il quadro non parla, mettere uno speaker sì, si può fare, però in realtà il mio desiderio era dipingere la voce interiore dei miei soggetti che risuona. La voce è un soffio. È un connubio tra interiorità ed esterno. Inizialmente lavorai in maniera astratta perché pensavo che la voce fosse astratta, poi, però, pian piano grazie anche alla psicoanalisi e al teatro ho iniziato ad esperire la sua corporeità e ho iniziato a creare dei corpi vocali, corpi orali pittorici. Volevo dipingere i vari significanti che più voci possono trasmettere. Il lavoro con i colori, con le tonalità, le forme, i tratti, è un modo di cercare, di dire e di raccontare le varie sfaccettature vocali ai quali un corpo è assoggettato. Si tratta di corpi in movimento perché la voce è movimento, muta. Cerco quindi di rappresentare il movimento vocale del corpo. 

Parliamo di linguaggio (del tuo metalinguaggio). I tratti, i contorni dei tuoi soggetti sono un po’ sporchi (fatti di linee che si sovrappongono) quasi a rappresentare un senso di estemporaneità. Che funzione ha il tempo all’interno delle tue opere?

“Quello che cerco di fare con queste figure è innanzitutto uscire da una canonicità. Cerco di farmi spazio tra bello, brutto, giusto e buono. Cerco di aprire una faglia all’interno della quale ogni giudizio è superfluo. Cerco di lavorare su diversi tempi. Sono in atto nel Kairos, quindi nell’atto linguistico gestuale. Qui le forme e i contorni non sono mai definite completamente perché nel Kairos l’atto non è mai definito, ma è in azione continuamente. C’è poi il tempo dell’azione, il Kronos in cui c’è un progetto che voglio sviluppare. Ma nel momento in cui voglio attuare questo progetto vado nella temporalità contraria a quella dell’azione. L’azione vuole il progetto ideale con la faccia fatta in un modo, il corpo fatto in un modo, con quella luce. L’atto però è più veloce ed è sempre in un altro momento e fa lo sgambetto all’intenzione del tempo dell’azione. Poi c’è anche il tempo Aion, un tempo dove tutto è già accaduto e niente è mai successo. Io scelgo delle tracce archeologiche. Ad esempio, San Giorgio è in un tempo trascendentale, al di là della storia. Potrebbe anche non essere mai successo San Giorgio. Potrebbe anche essere un modo di dire qualcosa che è successo. Il tempo Aion con il quale mi connetto è il tempo dell’arte, un tempo in cui non abbiamo possibilità di entrare. Ma grazie Kairos, grazie all’atto invece possiamo interagire con quel tempo. Io lo faccio cucendo questi spazi temporali.

 

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Abbiamo appena parlato di tempo. Fabio, tu all’interno delle tue opere giochi anche con lo spazio. Esiste, a mio avviso, una sorta di contrapposizione all’interno delle tue opere tra alcuni tuoi soggetti amorfi e rigide figure geometriche. Che valore ha lo spazio all’interno delle tue? 

“I luoghi geometrici che io creo sono un’esposizione di ciò che il linguaggio fa al corpo. Il linguaggio è come una geometria che agisce su una massa vibrante. Questa massa vibrante è multiforme e si muove. Il linguaggio e il pensiero arrivano per dare forme e regole, arrivano per geometrizzare”.

Le tue figure sono tantissime. È come se in qualche modo i tuoi soggetti moltiplicassero all’infinito. Perché questa molteplicità di figure (non solo geometriche) all’interno dei tuoi quadri?

“Sono tanti luoghi entropici che dialogano. Ho compreso che non c’è solo un luogo; siamo una coralità che viene messa in scena su una tela per me. Una tela è un coro con dei personaggi e con un direttore d’orchestra che con il pennello cerca di dare un’armonia o anche una dissonanza. Dipende da che cosa uno vuole dire”. 

Come scegli i tuoi soggetti?

“Non li scelgo io, ma cerco di essere scelto dai soggetti. Durante la mia ricerca vengo sorpreso da una singolarità particolare che accolgo. Cerco di essere detto da questo soggetto che mi ha trovato. È una sorta di incontro. È un trovarsi a vicenda. Si tratta di qualcosa che non è chiara neanche a me. È questo che rende questo incontro interessante”.

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Fabio Angelo Bisceglie, Saint Sebastian martyries – say into see best young Marty years, Oil, acrylics and graphite on canvas, 100×72 cm

Per concludere questo nostro incontro, volevo porti una domanda che è ricorrente all’interno del mio blog. Fabio, che cos’è per te la bellezza?

“Io non so cosa sia la bellezza. Se vogliamo può essere il motivo perché faccio questo lavoro. Io toglierei “la bellezza” e metterei “le bellezze”. Le bellezze mi interessano di più perché non danno mai una definizione univoca. Vedo il concetto della bellezza come qualcosa di molto più aperto che non va a stringersi all’interno di un imbuto sottile in cui passa ciò che qualcuno ha analizzato o criticamente compreso secondo alcuni canoni. Propongo cose che non sono più codificabili. Ecco, la bellezza per me è andare oltre la codificazione. Quando si riesce ad andare oltre una codificazione, quando si fa un’eresia del codice per nuove codificazioni che non si concludono e rimangono sempre aperte questo è un segno di bellezza secondo me”.

Un ringraziamento particolare va alla Galleria Villa Contemporanea (Monza) per l’ospitalità durante l’intervista dedicata al Cenacolo.

 

Per maggiori informazioni:

https://fabioangelobisceglie.com

http://instagram.com/fabioangelobisceglie

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