“La Rivoluzione Siamo Noi”: la forza sociale dell’arte secondo Joseph Beuys

Per Joseph Beuys l’arte è prima di ogni cosa una questione sociale, un fondamentale strumento politico per la pace, la libertà e il rispetto della natura. «Ogni uomo è un artista»; ogni uomo è in grado con le sue azioni o silenzi di segnare i cambiamenti sociali della storia.

“La Rivoluzione Siamo Noi” (1972) è un’imponente fotografia, alta quasi 2 metri, all’interno della quale l’artista tedesco si dirige con passo deciso verso lo spettatore per esortarlo a unirsi alla sua battaglia. A Beuys interessa sfatare il mito dell’arte intesa come un dono individuale, per pochi eletti, al fine di promuovere il suo significato democratico e collettivo. Si tratta senza ombra di dubbio di una delle immagini più iconiche e comunicative dell’artista tedesco che esprime la necessità di intervenire nella realtà.

Joseph Beuys, La Rivoluzione Siamo Noi, Museo Madre Napoli

Beuys e l’Italia

Al Museo Madre di Napoli l’opera è presente in due versioni speculari: da un lato troviamo una copia unica autografata da Beuys e dall’altro troviamo l’esemplare eliografo, manifesto della sua prima mostra in Italia (1971) alla Modern Art Agency di Lucio Amelio. Il legame di Beuys con il capoluogo campano è profondissimo e ricco di significativi incontri. Fu proprio a Napoli, grazie a Lucio Amelio, che Beuys incontrò Andy Warhol. Fu proprio grazie a questo episodio che nascerà in seguito (nel 1980) un’importantissima mostra di ritratti intitolata “Beuys by Warhol”. Sempre a Napoli, Lucio Amelio coinvolse Buys insieme a diversi artisti come il già citato Warhol, Robert Rauschenberg, Miquel Barcelò, Michelangelo Pistoletto, Enzo Cucchi, Mario Merz e Mimmo Paladino dando vita a una delle collezioni più importanti di arte contemporanea al mondo: “Terrae Motus”, la risposta del mondo dell’arte al terremoto che colpì duramente la Campania in quegli anni.

Gli anni dell’impegno politico

Gli anni ’70 furono anni di grande impegno politico, anni di scioperi e lotte civili: Beuys venne addirittura licenziato dall’Accademia di Düsseldorf dove era professore proprio a causa di uno sciopero da lui organizzato. Si rifiutò di ammettere ai corsi di studio solamente gli studenti che avevano superato la prova di ammissione perché questa regola era in opposizione ad ogni forma di libertà di ciascun individuo.

Questo episodio non fermò il suo attivismo e nel 1973 fondò la Freie internationale Hochschule für Kreativität und interdisziplinäre Forschung (la Libera Università Internazionale per la Creatività e la Ricerca Interdisciplinare). Divenne in breve tempo uno dei membri più attivi di Fluxus, indagando insieme a numerosi artisti del panorama internazionale il senso dell’arte in relazione alla sua funzione sociale. 

Si batté con determinazione per la democrazia diretta attraverso il referendum, ma non accolse mai nella sua totalità i principi del marxismo e in particolare l’idea di dittatura del proletariato. Il motore del cambiamento non risiede nei rapporti di produzione, ma negli stessi ideali e nelle azioni collettive dell’uomo che si ripercuotono di conseguenza sulle forme sociali e sull’economia. 

L’arte come strumento antropologico: verso una comunità mondiale democratica e libera

L’arte, così come ogni altra forma di creatività, è uno strumento pratico (nel senso stretto del termine) e antropologico che favorisce il dialogo tra gli uomini e aiuta le civiltà a progredire. È lo strumento che plasma in senso nuovo l’individuo contribuendo in maniera significativa alla creazione di una vera e propria scultura sociale e collettiva. Beuys vuole dar forma a una comunità mondiale democratica e libera dove ogni uomo abbia il diritto e senta la responsabilità di mettere in gioco la propria creatività. Ogni uomo ha il compito morale di agire nel mondo con creatività.

Leggi anche: The End of the 20th Century: il ricongiungimento spirituale dell’uomo moderno con la natura secondo Joseph Beuys.

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