«Andy Warhol – Pop Society»: la «bella immagine» del mondo in mostra a Genova

Fino al 26 febbraio 2017 sarà in esposizione presso il Palazzo Ducale di Genova una grande retrospettiva  dedicata ad Andy Warhol. Curata da Luca Beatrice, la mostra presenta circa 170 opere tra tele, prints, disegni, polaroid (oltre 90 pezzi), sculture, oggetti, provenienti da collezioni private, musei e fondazioni pubbliche. La mostra è stata organizzata da 24 ORE Cultura e dal Palazzo Ducale di Genova.

(Luca Greco)

La mostra

Sono sei le linee guida attorno alle quali si sviluppa la mostra intitolata «Andy Warhol – Pop Society»: le icone, i ritratti, i disegni, il suo rapporto con l’Italia, le polaroid e la pubblicità.  Con circa 170 opere tra tele, prints, disegni, polaroid, sculture, oggetti, provenienti da collezioni private, musei e fondazioni pubbliche e private, il percorso espositivo, curato da Luca Beatrice, ci offre la possibilità di ammirare le celebri icone di Marilyn, della Campbell Soup e delle Brillo Boxes; alcuni straordinari disegni preparatori che anticipano famosi dipinti come il Dollaro o il Mao; i ritratti delle celebrità come Liza Minnelli e Mick Jagger, Miguel Bosè e di alcuni importanti personaggi italiani: Gianni Agnelli, Giorgio Armani e Sandro Chia. Infine, un’importantissima sezione è dedicata alle polaroid (di cui si presentano oltre 90 pezzi) che ritraggono molti amici di Warhol e Celebrità. Chiude la mostra un video dove il curatore Luca Beatrice racconta al pubblico la vita e le opere di Andy Warhol.

L’avvento  della pop art

L’avvento della pop art è improvviso e, per certi aspetti, sovversivo. Lo scopo dichiarato degli artisti pop è quello di liberarsi della spontaneità pittorica che ha caratterizzato l’espressionismo astratto intorno alla fine degli anni Cinquanta. Ai loro occhi lo stile dell’espressionismo appare come un genere d’arte dal carattere troppo elitario, mancante di una struttura pittorica ben definita e completamente scollegato da una realtà in progressivo mutamento. Occorre ricordare che tale cambiamento è figlio della profonda trasformazione sociale che investe tutto l’Occidente. Dopo la Grande Depressione e la Seconda guerra mondiale l’America si lascia alle spalle l’epoca dell’austerità e volge il proprio sguardo verso il futuro con ostentato ottimismo, basti pensare alla massiccia espansione mediatica con i suoi seduttivi e rassicuranti slogan pubblicitari. Vengono, pertanto, sviluppate nuove tecniche di marketing e una programmazione della produzione sulla base d’una domanda sempre maggiore. L’Occidente è in pieno boom economico e Warhol è fra i pirmi a percepire la vitalità della nuova cultura popolare.

Con queste parole Maurizio Ferraris ci descrive l’avvento della pop art: «Che cosa c’è di più mitico, di profondo e di radicale, di quei sogni sognati da milioni di persone? […] Le opere di Warhol rappresentano un mondo di oggetti e di potenza che ormai a noi sfugge, ma che doveva essere chiarissimo a una generazione da poco uscita dalla guerra, e che aveva identificato i liberatori con i pacchetti di Lucky Strike, le Razioni K, le tavolette di cioccolato e il rock’n’roll. Ma quale trasfigurazione del banale? Quegli ogggetti di tutti i giorni e noti a tutti sono la Grande Bellezza».

Incontro con Duchamp: un passaggio di testimone provvidenziale?

La pop art non nasce dal nulla, ma raccoglie l’eredità concettuale di Duchamp per trasformarla in un’arte seducente, appariscente e popolare: probabilmente, senza le scoperte dell’artista francese tale movimento artistico non sarebbe stato possibile. Duchamp ha il merito di aver posto in evidenza la natura problematica della rappresentazione: i suoi oggetti “trovati” (i suoi “ready made”), intesi come oggetti artistici privi di bellezza, riconducono al mondo reale e ridefiniscono l’esperienza puramente ottica della pittura.

Uno dei momenti più importanti e nello stesso tempo più curiosi della storia della pop art si verificò nel 1963, nella città di Pasadena, dove Walter Hopps (co-fondatore della Ferus Gallery di Los Angeles) aveva allestito la primissima retrospettiva di Marcel Duchamp (con ben 114 opere). Il ricevimento per la retrospettiva ebbe luogo la sera dopo l’apertura mostra di Warhol dedicata ai ritratti di Elvis alla Ferus Gallery. Verso la fine della festa, Duchamp invitò Warhol al suo tavolo. Non sappiamo cosa si dissero i due artisti in quella occasione.

Tuttavia, possiamo ipotizzare che quel «ricevimento di Pasadena funzionò come una sorta di rito, in cui il testimone dell’arte contemporanea passava da una generazione all’altra. Inoltre, una volta scatenato, il turbolento spirito pop sarebbe mai più stato contenuto, tanto che ancora oggi, per gli artisti del XXI secolo, resta più rilevante che mai. Ed è allora giunto il momento di smetterla di pensare alla pop art come allo sfacciato, adolescenziale esibizionismo tipico dei movimenti dell’arte contemporanea, che si andavano esaurendo a fine anni Sessanta. Ci ha impartito invece una profonda lezione sulla società occidentale: non esisteva più alcuna barriera tra cultura alta e bassa, l’avanguardia e le masse. Questa è la sua più grande e profetica intuizione delle potenti, spesso sconcertanti, forze che ancora modellano il nostro mondo di oggi. Come Warhol capì molto prima di noi, quando provi il pop non vedrai mai più il mondo come prima». (Alastair Sooke, Pop Art. Una storia a colori, Einaudi, pp.194-195)

Le Icone

La pop art ha a che fare con l’«immagine mediatica». Warhol non sceglie gli oggetti, ma le immagini più popolari degli oggetti, cioè le icone dell’immaginario collettivo contemporaneo (il loro modo di apparire nelle pubblicità). Attraverso le opere di Warhol noi non abbiamo più un’esperienza diretta dalla realtà, ma piuttosto un’esperienza mediata di pure immagini riprodotte dai mezzi di comunicazione di massa. Come sottolinea Carlo Freccero, «Un’immagine diventa significativa, iconica, espressione dello spirito del tempo, non in quanto bella o vera, ma in quanto ripetuta. È la ripetizione che fa della zuppa Cambell’s, della Marilyn, della sedia elettrica delle icone del nostro tempo. E non a caso le immagini di Warhol sono ripetute, non solo nel tempo rivisitando lo stesso soggetto, ma anche qui e ora sulla tela o sul foglio su cui il soggetto è ripreso diverse volte con piccole varianti, in un’operazione di “ripetizione differente”».

Tale idea viene espressa con chiarezza all’interno dei numerosi ritratti di Marilyn Monroe realizzati da Warhol (in mostra presenti sia nella serigrafia del 1967 sia nella tela «Four Marilyn»). All’artista americano non interessa cogliere la psicologia del personaggio (come avviene solitamente nei ritratti tradizionali). Egli annulla, infatti, i loro tratti somatici caratteristici rappresentandoli standardizzati e collocati all’interno di uno sfondo neutro e vuoto. Egli è attratto dalla seducente immagine da «superstar» del cinema (da dea) che i mass media ci offrono dell’attrice. Questo lo induce pertanto a replicare all’infinito l’immagine tratta da un solo fotogramma in bianco e nero della Monroe durante le riprese del film Niagara (1953). Questi sono i presupposti fondamentali attraverso i quali vengono realizzate le icone dei volti più celebri del momento. Importantissima è la presenza all’interno di questa sezione delle serigrafie di «Nine Jackie» (1964) e «Mao Zedong» (1972).

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Andy Warhol, Senza titolo (Mao), 1972, serigrafia su carta, 91,44 x 91,44, Collezione Teresa e Michele Buonomo – Milano, The Andy Warhol Foundation for Visual Arts Inc.by SIAE 2016

L’operazione di «ripetizione differente» sta alla base di altri due importantissimi processi realizzativi iconografici, come nella serie intitolata «Campbell’s Soup Cans» e nell’allestimento delle Brillo Boxes.

Tutto ha inizio nell’estate del 1962, quando Warhol propone due suoi dipinti (Superman e Braccio di Ferro) alla Leo Castelli Gallary senza, tuttavia, riscontrare l’esito sperato a causa della somiglianza dei suoi lavori con i cartoni animati di Lichtenstein. Da quel rifiuto, egli inizia a pensare a nuovi soggetti. Una sua amica, Muriel Latow, gli suggerisce di dipingere qualcosa di facilmente riconoscibile da tutti, come ad esempio una lattina di zuppa. Warhol accetta il suo consiglio e inizia a dipingere ben trentadue lattine della Campbell Soup Company (tutta la gamma di gusti). Dopo aver preso visione delle prime sei tele di questa serie, Irving Blum (direttore della Ferus Gallery), propone a Warhol di esporre nella sua galleria quella stessa estate. Warhol accetta con entusiasmo e così, una delle mostre più importanti della storia della pop art, viene allestita a Los Angeles e non a New York.

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Andy Warhol, Campbell’s Soup Can

Riproponendo come arte oggetti conosciuti da tutti, la pop art ha il merito di rivitalizzare il rapporto tra l’avanguardia e la società. È certamente questo il caso delle Brillo Boxes, anch’esse presenti in mostra. Warhol presenta per la prima volta le sue Brillo Boxes nell’aprile del 1964 alla Stable Gallery di New York. La somiglianza quasi totale di una Brillo Box a una scatola di Brillo del supermercato rende difficilmente distinguibile l’opera d’arte dall’oggetto comune. Attraverso questa scelta iconografica operata dall’artista americano l’opera d’arte diventa qualcosa che non necessariamente deve essere prodotta dall’artista (è prodotta in serie) e non necessariamente deve essere bella. Tale perdita del valore «auratico» dell’opera d’arte non ci aiuta certamente a discernere le due entità anche perché tale distinzione non avviene più sul piano visivo, bensì su quello concettuale: è la teoria dell’arte che ci consente di collocare l’oggetto comune all’interno del «mondo dell’arte».

«Cinquant’anni prima la stesso Brillo Box non avrebbe potuto essere pensata o intesa come un’opera d’arte. Non tutto insomma era possibile allo stesso momento; ma il mondo dell’arte nella New York del 1964 poteva convalidare le Brillo Boxes di Warhol come opera d’arte. La distinzione tra arte e non arte non era più d’ordine visivo, bensì concettuale: una somma di pratiche discorsive, una filosofia. […] Coscienti che non vi erano più modelli o esempi visivi (lo stile, l’iconografia) sulla base dei quali discernere un’opera d’arte, gli artisti avevano di fatto consegnato il problema della natura dell’arte – la sua “essenza”, avrebbe detto Greenberg – alla filosofia. In tal modo, essi guadagnarono un’insperata libertà, al di fuori delle concatenzaioni degli stili, dei rapporti iconografici, della circolazione dei modelli» (Alessandro Del Puppo, L’arte contemporanea. Il secondo Novecento, Einaudi, p. 54).

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Andy Warhol, Brillo Soap Pads Box, 1964, Inchiostro serigrafico e pittura su compensato, 43.2 x 43.2 x 35.6 cm, Collezione privata The Andy Warhol  Foundation for the Visual Arts Inc.by SIAE 2016, foto: Countesey Gian Enzo Sperone, New York

Ritratti

«Mi sono fatto l’autoritratto evitando di dipingere i foruncoli perché è così che si fa. I foruncoli sono una condizione temporanea e non hanno nulla a che fare con il tuo vero aspetto. Omettere sempre i difetti – non fanno parte dell’immagine che vuoi di te stesso. Quando qualcuno è la bellezza del suo tempo e il suo stile fa tendenza, e poi il tempo passa e i gusti cambiano, se mantiene lo stesso aspetto, se non cambia niente e si prende cura di sé, dieci anni dopo sarà ancora una bellezza». (Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa, p.58)

L’inizio della carriera del giovane Worhol è segnata dalla ritrattistica (rappresenta la sua principale fonte di guadagno). Analogamente a ciò che accade all’interno del processo iconografico, nei ritratti, i volti raffiguranti celebrità del mondo del rock e del cinema, vengono privati delle principali caratteristiche fisiognomiche attraverso la sovrapposzione di colore serigrafico. Il risultato finale è quello di un viso stilizzato (con i tratti necessari per il riconoscimento) inteso come la sola e unica immagine simbolo del soggetto. Nel 1969 Warhol fonda insieme a John Wilcock e Gerard Malanga «Interview», una rivista che si occupa di celebrità, cinema, moda e pubblicità. Sulla copertina viene presentato mensilmente il personaggio del mese attraverso i ritratti esguiti personalmente dall’artista americano: tra questi sono presenti in mostra Paloma Picasso e Liza Minelli. Intorno ai primi anni Ottanta, Warhol decide di ritrarre non solo celebrità, ma anche persone anonime: a tal proposito ricordiamo i ritratti di drag queens, che hanno per protagonisti i travestiti del locale notturno “The Golden Grape”.

Pubblicità

«La Business art è il gradino subito dopo l’Arte. Ho cominciato come artista commerciale e intendo finire come artista del business» (Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa, p.78)

Tra la pubblicità e Warhol sussiste un indiscutibile legame di derivazione. Egli ha avuto il merito di aver percepito prima di ogni altro il rapporto tra l’opera d’arte e la società dei massmedia (del consumo): riesce, cioè, a trasformare qualsiasi forma di comunicazione in opera d’arte con il fine di realizzare più denaro possibile. Verso la metà degli anni Ottanta Warhol realizza una nuova serie di opere intitolate proprio ADS (Advertising). Appartenente a questo ciclo è presente in mostra la riproduzione di marchi differenti tra loro, come ad esempio «Duty Free» (omaggio alla famosa catena di negozi Paramount) e le caramelle «Life Savers» (1985).

Disegni

Appena diplomato, Warhol si trasferisce da Pittsburgh a New York per lavorare come illustratore di scarpe presso la rivista «Glamour». Durante quegli anni la sua attività di grafico subisce l’influenza della forza comunicativa dei dipinti di Jasper Johns (maggiore esponente del New Dada). Grazie a questa influenza artistica e ai preziosi consigli di Muriel Latow e Irving Blum sul ruolo ricoperto dell’oggetto quotidiano nella società, Warhol inizia a ideare opere per la nuova cultura di massa che stava emergendo. Tra il 1960 e il 1962 disegna, così, Campbell’s Soup, Ketchup Heinz, Coca-Cola e dollari. All’interno di questa sezione degna di nota è la presenza di alcuni straordinari disegni preparatori che anticipano dipinti famosi come il Dollaro o il Mao.

Warhol e l’Italia

Un’altra grande sezione della mostra è dedicata all’Italia. Il primo importante incontro tra Warhol e l’Italia avviene a Ferrara nel 1975, in occasione della mostra «Ladies and Gentelmen» presso il Palazzo dei Diamanti. L’obiettivo di quest’evento è quello di aprire un confronto diretto tra l’arte pop americana e la tradizione italiana. Durante questo suo viaggio in Italia Warhol conosce molte personalità della moda, del business e dell’industria come Gianni Agnelli, Giorgio Armani, il collezionista Ernesto Esposito e l’artista Sandro Chia. Da questi incontri nascono gli «Italian Portraits», esposti all’interno di questa sezione. A seguito del devastante terremoto in Irpinia (novembre 1980), dall’importante collaborazione tra il gallerista Lucio Amelio napoletano e l’artista americano nasce la celebre serigrafia «Fate Presto», in tre tonalità di bianco e nero ritraente la prima pagina del quotidiano «Il Mattino» del 26 novembre 1980. Warhol ritorna a Napoli nel luglio del 1985 per presentare presso il Museo di Capodimonte la celebre serie «Vesuvius», ritraente il vulcano dai colori pop-espressionistici in eruzione. Il suo ultimo viaggio in Italia risale, invece, al 1987 (poche settimane prima della sua scomparsa) a Milano, in occasione di una nuova mostra che vedeva come protagoniste le sue tele «Last Supper» (1985-87), una reinterpretazione pop dell’affresco di Leonardo da Vinci.

Polaroid

«Una persona bella in fotografia è diversa da una persona bella in carne e ossa. Per questo è difficile essere un modello, perché si vorrebbe essere sempre come si viene in fotografia, e non è possibile. E così si comincia a copiare la fotografia». (Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa, p.58)

La fotografia istantanea rappresenta per Warhol lo strumento necessario per la realizzazione del ritratto serigrafico. Nella sua Introduzione ai «Diari di Warhol» Pat Hackett ci descrive l’elaborata procedura impiegata dall’artista per fare un ritratto. Tutto ha inizio con la messa in posa del soggetto. Dopo aver scattato circa sessanta foto (con una polaroid, modello Big Shot), Warhol ne seleziona quattro e le fa stampare per farne delle positive 8X10 su acetato. Una volta scelta l’immagine, inizia a elaborarla ripicciolendo i nasi, gonfiando le labbra o schiarendo la carnagione. Infine, dopo esser stata elaborata e tagliata, l’immagine viene ingrandita 40X40 su acetato, da cui lo stampatore realizza la serigrafia. Molte polaroid, presenti in mostra sono dedicate alle star della musica. Nel 1971 Warhol ne realizza alcune destinate a diventare la copertina dell’album «Sticky Fingers» dei Rolling Stones. Qualche anno dopo, nel 1977, l’artista americano realizza una sequenza fotografica – ritraente Mik Jagger mentre morde una mano – ancora per un album del gruppo rock britannico «Love You Live». Tra i protagonisti dei suoi ritratti fotografici troviamo anche alcune celebrità del mondo della moda come Giorgio Armani, Valentino, Gianni Versace; dell’arte, come Salvador Dalì, Roy Lichtenstein, Franco Clemente; del cinema e dello sport, come Arnold Schwarzenegger, Sylverster Stallone, Muhammad Alì. Il tema drag lo affascinava molto e nel 1981 decide di realizzare insieme all’amico Christopher Makos un book fotografico nel quale viene immortalato in molteplici pose e travestimenti. Tra le fotografie presenti in mostra (appartenenti a questo periodo), ricordiamo «Warhol in Drag» (1981) e i suoi celebri «Self Portraits» (1986), ritraenti il pallido viso dell’artista con la sua inseparabile parrucca argento in pieno contrasto allo sfondo buio. Da questi scatti verrà generato quell’Autoritratto che ha reso celebre il viso di Warhol al mondo intero.

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Andy Warhol, Self Portrait, 1986, acrilico e inchiostro serigrafico su tela, 101.6 x 101.6 x 3.5 cm, Collection of The Andy Warhol Museum, Pittsburg, The Andy Warhol Foundation four the Visual Arts Inc. by SIAE 2016

Conclusione

Come osserva Luca Beatrice (curatore della mostra), «Con Andy Warhol comincia l’arte contemporanea così come noi la intendiamo. Certo, molto si deve al fatto che la sua esplosione coincide con gli anni Sessanta, decennio d’oro per l’Occidente postbellico in cui l’asticella creativa era posizionata davvero in alto. Non a caso i più forti incroci tra cultura alta e popolare hanno un’assoluta coincidenza temporale. Se nel calendario della musica pop c’è un ante e un post Beatles, allo stesso modo in quello dell’arte dobbiamo parlare di un “Before Andy” e di un “After Andy”. Prima Non era la stessa cosa, dopo non sarà più la stessa cosa».

Benvenuti nell’era del «post-storico», dove ogni racconto unificante viene messo in discussione. L’opera di Warhol si dà alla storia dell’arte come ciò che si sottrae a una completa e definitiva esplicitazione. Questa è la storia della sua libertà espressiva. Questa è la storia della ricchezza e della pluralità che hanno contraddistinto gli ultimi decenni della storia dell’arte. La bellezza di questa mostra sta tutta qui, «vi basta – come egli dice – guardare la superficie dei miei quadri, dei miei film, della mia persona. Ed è lì che sono io. Dietro non c’è niente».

La mostra a Palazzo Ducale di Genova sarà aperta fino al 26 febbraio 2017, per tutte le informazioni sui biglietti, le visite, gli eventi e le aperture straordinarie: http://www.warholgenova.it/

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