Banksy e l’arte rivoluzionaria dei graffiti: le incursioni

LUCA GRECO – Spesso ci si chiede se i graffiti siano davvero arte. Se si decide di parlare di Banksy non si può che non imbattersi in questa domanda. La sua arte è una critica irriverente a tutto il mondo dell’arte. Ogni suo graffito è un atto creativo rivoluzionario che porta con sé l’idea che nessuno in fondo possa dirti cosa devi fare e che aspetto debba avere la città.

Chi decide di uscire di notte andando nei luoghi più rischiosi per realizzare dei graffiti lo fa probabilmente – come Banksy precisa durante l’intervista nel 2010 per The Guardian – per quella

“sensazione che provi quando ti siedi sul divano una volta finito, ti accendi una sigaretta e pensi che non c’è modo che ti sgamino, è straordinaria… meglio del sesso, meglio delle droghe, quell’eccitazione” (Banksy, Something to spray, intervista a cura di Simon Hattenstone per “The Guardian”, il 17 luglio 2003).

Tuttavia, per capire bene la sua rivoluzione intrapresa nei confronti dell’attuale mondo dell’arte occorre partire non dalle strade, non dai quartieri periferici della sua Bristol, bensì dalle gallerie e dai musei. È proprio in questi luoghi che Banksy decide di affiggere i suoi manifesti più eloquenti che sembrano ricordarci quanto sia possibile un altro modo di vedere le cose. È da qui che parte la mia ricerca.

Le incursioni nei musei e nelle gallerie

Per Banksy un sacco di gente che visita i musei, guarda e osserva le opere senza prestare  effettivamente attenzione a ciò che vede. Tra le sue numerose incursioni mi piace ricordare quella del 2005, quando nella sala espositiva delle Identità Americane del Brooklyn Museum, affisse un simpatico dipinto rimaneggiato che ritraeva un aristocratico imparruccato che tiene in mano una bomboletta spray. Lo sfondo scuro alle spalle dell’aristocratico è ricoperto di graffiti, tra cui il simbolo della pace. Si tratta del più grande dipinto che Banksy abbia mai affisso abusivamente all’interno di un museo (61×41 cm). Il dipinto rimase lì per ben tre giorni. Lo scopo dell’esperimento di Banksy era quello di mostrare al mondo quanta poca attenzione viene prestata ad alcuni dipinti e di quanto sia fallimentare un determinato modo di raccontare l’arte.

Con il passare del tempo le incursioni di Banksy si fecero sempre più frequenti. Tra queste ricordiamo ancora quella al Metropolitan Museum. Questa volta, però, il suo obiettivo era quello di far restare appeso una sua opera – ritraente una donna aristocratica che indossava una maschera antigas – nell’ala dei Grandi Dipinti Americani per quarantasette giorni, cioè il numero esatto di giorni che “Le Bateau” di Matisse restò affisso capovolto prima che qualcuno se ne accorgesse. Alla fine Banksy non riuscì nel suo intento perché l’opera rimase affissa solamente due ore.  

Sempre negli Stati Uniti Banksy decise di prendere di mira anche il MoMA di New York. Al terzo piano del famosissimo museo di arte contemporanea, che ospita le 32 lattine di minestra Campbell di Andy Warhol, Banksy mise una sua Lattina di minestra in scontoun barattolo “Value Cream” di zuppa di pomodoro della Tesco. In seguito a questa sua incursione dichiarò:

“Un sacco di gente si è avvicinata, ha guardato e se ne andata un po’ confusa, con l’impressione di essere stata presa in giro. Mi sentivo un vero artista moderno” (Banksy, Wall and Piece pp.21-22). 

Dopo New York, nel 2005, Banksy fece nuovamente ritorno a Londra e questa volta prese di mira il British Museum. Nella Room 49, dove sono presenti reperti dell’antica Britannia romana, appese un pezzo di roccia grezza sulla quale vi era disegnata sopra con un graffito l’immagine di un uomo primitivo che spinge un carrello della spesa accompagnato da una didascalia che recitava il seguente messaggio:

“L’artista che è responsabile di questo è noto per aver creato un cospicuo corpus di opera in tutto il sud-est dell’Inghilterra con il nomignolo di Banksymus Maximus, ma non è dato sapere altro di lui. Spesso, purtroppo, questo genere di arte non è sopravvissuto. Molte opere sono andate distrutte da zelanti funzionari comunali, incapaci di riconoscere il merito artistico e il valore storico dei muri imbrattati” (Banksy, Wall and Piece pp.21-22). 

Il senso della rivoluzione: un punto di vista “capovolto” delle cose

Lo street writer più famoso al mondo stava mostrando il suo punto di vista capovolto rispetto all’attuale stato dell’arte:

il modo più veloce per arrivare in alto in quello che stai facendo è metterlo sottosopra”.

L’arte di Banksy è rivoluzionaria sostanzialmente perché attribuisce nuovi significati a realtà apparentemente intoccabili. Nelle sue creazioni inserisce costantemente una metafora che va a minare le fondamenta, le sicurezze della nostra cultura: i suoi graffiti giocano, infatti, con le parole, con le icone e con le convenzioni sociali di massa per distruggerne il significato di autorità

Mike Snelle (direttore della Black Rat Gallery) durante un’intervista commentò con queste parole la rappresentazione di Kate Moss realizzata da Banksy:

quello che Kate Moss aggiunge a Marilyn Monroe è Kate Moss. Penso che l’opera di Banksy sia un modo per giocare con l’idea originale di Warhol. […] un’intera generazione finora poco interessata all’arte le si è avvicinata grazie alla Street art e riterrà più importante la versione di Banksy rispetto al Warhol originale. E questa mi sembra un’idea molto warholiana […] nel senso che parla della celebrità, della cultura moderna e dell’idea che si possa distorcere qualcosa al tal punto da cambiare il significato, così che la versione originale non sia più riconoscibile, che si attui un rovesciamento dei ruoli. La gente vede Banksy e si avvicina a Warhol. E in questo c’è qualcosa di sovversivo”. (Will Ellsworth-Jones, “L’uomo oltre il muro”, p. 187)

La rivoluzione a partire dal cambio di stile. La scelta degli stencil

Banksy sceglie gli stencil e lo fa soprattutto per via della loro incredibile forza comunicativa. Si tratta di una scelta molto coraggiosa, che in passato attirò su di sé pesanti critiche da parte di tutti gli altri writer. Si trattava di uno stile assolutamente vietato all’interno di quell’ambiente soprattutto perché i welter realizzano i loro graffiti comunicare tra di loro. Banksy sceglie gli stencil, invece, per rivolgersi al pubblico di massa. Fu l’unico a Bristol a compiere questo passaggio di stile. Nel corso delle sue dichiarazioni ha fornito molte versioni differenti sulle ragioni che lo spinsero a scegliere questa tecnica.

In Wall and Piece (2005) Banksy racconta che questo cambiamento avvenne quando, all’età di diciotto anni, stava per dipingere sulla carrozza di un treno passeggeri “LATE AGAIN” con grandi lettere bubble color argento. Non appena arrivarono gli agenti della British Trasport Police lui scappò finendo imboscato per più di un’ora sotto un camion della nettezza urbana. Durante quegli attimi, mentre fissava la scritta fatta a stencil su un camion autopompa, capì che per ridurre i tempi di esecuzione bastava semplicemente copiare quello stile. 

La rivoluzione banksyana: l’arte fa parte della nostra quotidianità

La figura di Banksy è fondamentale per vedere l’arte non più come qualcosa di estraneo rispetto alla nostra quotidianità (attualità). Come i grandi maestri della Pop Art prima di lui, lo street artist più famoso al mondo, cerca oggi di ridefinire il concetto di arte, o meglio cerca di riportare l’arte al suo significato originario: nella nostra vita quotidiana. Come i graffiti della preistoria, come l’arte religiosa dei pittori medioevali o come molta parte di vasellame impiegata nell’antica Grecia, i graffiti di Banksy fanno parte delle nostre vite, ne sono parte integrante semplicemente perché essi sono l’espressione più autentifica e viva dello spirito di una cultura. Oggi tutti sono in grado di capire le opere di Banksy. Oggi tutti amano le sue opere.

Continua su: Che cosa vuol dire essere Banksy? Il boomerang della popolarità

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