Lungo il fiume Nervion di Bilbao forme ondulate e vorticose disegnano i contorni di una grande nave scintillante. 33mila lastre in titanio estremamente sottili, riflettono una luce sempre differente, derivante dalle condizioni atmosferiche che cambiano di continuo.
Situato nella parte settentrionale della città, il Museo Guggenheim di Bilbao è oggi una delle architetture più rivoluzionarie del XX secolo, uno dei luoghi simbolo dell’arte contemporanea mondiale.

La sua costruzione è stata ultimata nel 1997. Un progetto estremamente ambizioso, realizzato dall’architetto Frank Gehry, che in passato ha rappresentato un vero e proprio volano per la rigenerazione urbana ed economica di un’intera città.
In questo articolo ti racconterò la mia personale visita al Guggenheim di Bilbao e insieme scopriremo la bellezza e il significato che si nasconde dietro le 7 opere che, per ragioni diverse, ho selezionato per te. Sei pronto/a?

1. “Puppy” di Jeff Koons

Ad accogliere i visitatori del Guggenheim di Bilbao troviamo Puppy, la maestosa e iconica scultura di Jeff Koons che si erge a ben 12,4 metri di altezza. Questo cucciolo di West Highland White Terrier, completamente avvolto da piante e fiori, non passa certo inosservato: è una delle opere più amate e fotografate del museo. Creato nel 1992 per una mostra temporanea nella città tedesca di Arolson, “Puppy” è entrato a far parte della collezione permanente del Guggenheim a partire dal 1997, diventando – per usare le parole di Koons – simbolo di “sicurezza, ottimismo e vitalità” anche oltre i confini della città basca.

Come un vero e proprio cucciolo di West Highland White Terrier, Puppy, ha bisogno di tanto amore e cura. Due volte all’anno, per esempio, occorre sostituire i circa 38mila fiori tra petunie, calendole e begonie che ricoprono la sottostruttura in acciaio inossidabile. Nel 2021 il museo ha lanciato per la prima volta una campagna di crowdfunding “Bring Puppy To Life” per raccogliere almeno parte dei 100 mila euro necessari al restauro: alcune parti del sistema di irrigazione dovevano essere sostituite, così come parte della struttura.
2. “The Matter of Time” di Richard Serra

Otto pezzi di ellissi monumentali, realizzati in acciaio corten, costituiscono una delle installazioni più note dell’arte contemporanea. Commissionato direttamente dal Museo Guggenheim di Bilbao, “The Matter of Time” fa parte della mostra permanente dal 2005. Per indagare il suo significato sono entrato letteralmente nell’opera d’arte, ho esplorato i suoi strettissimi corridoi, mi sono perso e poi ritrovato tante volte nei suoi spazi più nascosti.
In “The Matter of Time” l’artista americano Richard Serra sceglie l’acciaio per esaltare la profonda relazione che sussiste tra le sue proprietà e l’architettura. Come vedremo, l’obiettivo dell’opera è quello di ospitare per qualche istante il visitatore al suo interno e indurlo a ripensare l’idea di temporalità. Dietro questa scelta, poi, vi sono anche delle ragioni biografiche. Serra è originario di una famiglia di immigrati europei della classe operaia e per pagarsi gli studi all’Università della California (Berkeley) lavorò per molti anni nelle acciaierie. Il ricordo di quel periodo e l’esperienza di questo materiale segneranno per sempre la sua produzione artistica: a partire dagli anni ’60 la sua ricerca farà riferimento proprio ai materiali di origine industriale come il corten.
Dal 2005 all’interno dell’imponente installazione è presente anche “Snake”. L’opera, realizzata da Serra nel 1997 per l’inaugurazione del Guggenheim di Bilbao, è costituita da tre enormi lame d’acciaio spesse 5 cm l’una che creano un percorso curvo e ondulatorio, perfettamente in linea con le altre sette opere dell’installazione.
Serra ti invita a entrare nell’opera d’arte, ad abitarla e a condividere i suoi spazi con gli altri visitatori: è possibile, infatti, compiere il percorso con sconosciuti oppure ritrovarsi completamente soli tra le pareti. Si tratta di un’esperienza estetica totalizzante, nel senso più autentico del termine [dal gr. αἰσϑητικός «che riguarda la sensazione, sensitivo», der. del tema di αἰσϑάνομαι «sentire, percepire»]. Sentiamo l’opera e l’idea stessa di tempo attraverso il nostro corpo e con tutti i nostri sensi. Basta sfiorare con le mani le superfici dell’installazione o sollevare lo sguardo verso lo spazio che divide le enormi lastre.

Lo spazio, ridefinito e modellato nei suoi contorni attraverso le torsioni delle lastre, rappresenta un’altra componente essenziale dell’opera. Durante il percorso ogni piccola sensazione viene amplificata, persino la nostra presenza assume un significato differente. È tutta una questione di prospettiva: l’opera occupa un’intera sala del piano terra del Guggenheim Bilbao ed è visibile nella sua totalità solamente salendo al piano superiore. La visione d’insieme che si pone davanti ai miei occhi è incredibile: come uno spettatore disinteressato assisto al costante perdersi e ritrovarsi di uomini e donne che percorrono gli itinerari tracciati dall’artista e come si muovono in relazione allo spazio. Ritrovare se stessi nello spazio che cambia aspetto con il passare del tempo proprio quando ci si perde. È questo il senso profondo che si nasconde all’interno del “labirinto esistenziale” di Richard Serra. Condividere queste emozioni e il senso di meraviglia che si prova al suo interno con altre persone – che magari non conosci – ti fa sentire un po’ meno solo nell’universo, ti spinge a interagire non solo con l’opera, ma anche con il mondo che ti circonda. The Matter of Time è in grado di fare questo. L’arte è in grado di cambiare il mondo.
3. “Flamingo Capsule” di James Rosenquist

Quando James Rosenquist abbandonò il suo lavoro di cartellonista a New York nel 1960, trasferì nel suo stile le tecniche proprie di quel modo di dipingere le insegne commerciali nelle sue opere d’arte. Al pari dei suoi contemporanei – Roy Lichtenstein, Jim Dine, Charles Oldenburg, Wesselmann e Andy Warhol – l’artista americano prese nettamente le distanze dall’espressionismo astratto, guadagnandosi l’etichetta di nuovo realista. Rosenquist ebbe il grande merito di essere tra i primi di quel periodo a fondere la pubblicità con la pittura, creando opere pop art di grande impatto, destinate a lasciare il segno nella cultura americana.
Fu proprio questo il caso della prossima opera di cui voglio parlarvi. Con “Flamingo Capsule” Rosenquist decide nel 1970 di omaggiare il programma spaziale americano Apollo I e gli astronauti tragicamente scomparsi nell’incedio del 1967 durante una prova per la missione. La giustapposizione degli oggetti e delle immagini fotografiche sulla grande tela evocano emozioni fortissime e sensazioni di vuoto esistenziale legate al vagare insensato degli oggetti presenti nella capsula spaziale tra la violenza delle fiamme. Un foglio accartocciato di un’uniforme adornata con la bandiera statunitense, un sacchetto di cibo deformato e un palloncino fluttuante. Tutto improvvisamente diventa privo di significato di fronte all’immensità e al pericolo dell’ignoto, persino il progresso tecnologico dell’uomo.
4. “Rising Sea” di El Anatsui

Non solo Mark Rothko, Anselm Kiefer, Cy Twombly, Richard Serra e Robert Rauschenberg, al Guggenheim di Bilbao ho scoperto un’opera legata all’arte contemporanea africana. Realizzata nel 2015 dall’artista ghanese El Anatsui, “The Rising Sea”, ricopre un’intera parete di circa 14 x 7 metri del museo.
Una grande metafora dell’oceano che prende vita grazie ai tantissimi pezzi di tappi di bottiglia in alluminio appiattiti e cuciti insieme con fili di rame su un imponente foglio di parete grigia. Per dare vita al movimento delle onde, El Anatsui ha lavorato con grande precisione porzioni del tessuto metallico che si combinano tra loro in modo casuale seguendo il ritmo del mare in tempesta.
Nato nella città costiera di Anyako, El Anatsui, si fa interprete e portavoce della visione del suo popolo: denunciare con tutta la forza della sua creatività e della natura (espressa attraverso le onde minacciose) qualsiasi pratica dannosa rivolta nei confronti dell’ambiente. Salvaguardare l’ecosistema marino assume, dunque, un valore profondissimo che affonda le proprie radici nella cultura ghanese: il mare rappresenta non solo una fonte importantissima di sostentamento che va tutelata, ma anche una risorsa fondamentale per le attività commerciali.

Il mare mosso, inteso come fenomeno naturale, nell’opera di El Anatsui diventa uno spettacolo travolgente, un’esperienza estetica che meraviglia lo spettatore. Rising Sea è nello stesso tempo anche un’opera spaventosa. Le sue onde – ormai completamente ricoperte di alluminio – ci intimoriscono e confondono. La bellezza nell’arte è anche questo: le sue forme ci salvano dall’indifferenza dell’uomo, diventato ormai troppo miope davanti agli effetti del suo agire irresponsabile nei confronti di ogni forma di bellezza presente in natura.
5. “Tulips” di Jeff Koons

“Tulips” (“Tulipani”), è l’altra scultura di Jeff Koons che non puoi assolutamente perderti durante il tuo percorso. Questo bouquet di fiori multicolori a forma di palloncino (circa 2 metri di altezza per 5 metri di diametro) fa parte della serie Celebration, cominciata dall’artista americano nel 1994.
Le superfici lucide in acciaio inossidabile con le quali è stata realizzata la scultura conferiscono un aspetto liscio e riflettente. Attraverso un divertente gioco di dimensioni e materiali, Koons riesce a sorprendere e disorientare il fruitore combinando l’aspetto industriale dell’acciaio, materiale spesso associato al minimalismo, con la vivacità e la forma giocosa appartenente all’immaginario infantile (feste di compleanno). L’effetto generato è sorprendente. L’obiettivo? Stimolare una profonda riflessione sul significato più proprio dell’arte attraverso la provocazione e il divertimento. Rappresenta la perdita, la rinascita e la vitalità dello spirito umano.
6. “Maman” di Louise Bourgeois

Il legame con il proprio immaginario infantile lo si ritrova anche nella prossima opera che andremo a scoprire. Stiamo parlando di “Maman” (1999), l’enorme ragno in bronzo di Louise Bourgeois. Ma perché proprio un ragno? Quale significato si nasconde dietro la sua simbologia?
La Bourgeois esplora il rapporto madre-figlio da una prospettiva del tutto inedita, che affonda le sue radici in un mondo che non ha mai perso la sua magia. Non è un caso che l’opera della Bourgeois sia dedicata a sua madre, scomparsa quando lei aveva solo 21 anni. Nell’opera “Maman” il ragno, con il suo duplice ruolo di protettore e minaccia, incarna l’amore materno in tutta la sua complessità e ambivalenza, in grado di accudire, ma anche di controllare: la ragnatela di un ragno viene, infatti, utilizzata sia per costruire bozzoli che per legare la preda.

L’apparente forza del ragno nasconde in fondo una profonda fragilità e senso di protezione: se si osserva bene la scultura è possibile, infatti, notare come le fragili e slanciate zampe del ragno fungano da sostegno per il corpo dal quale, al centro, pende un sacchetto contenente delle uova in marmo.
7. “Tall Tree & The Eye” di Anish Kapoor

All’esterno del museo, insieme alle sculture di Louise Bourgeois e Jeff Koons è possibile trovare anche il monumentale “Tall Tree and the Eye” (2009) dell’artista indiano Anish Kapoor. La scultura è costituita da 73 sfere argentate che, come soggetti appartenenti alla stessa identità globale, si riflettono l’una nell’altra .

Per Anish Kapoor viviamo in un mondo fatto di molteplici realtà, dove ognuno è per molti aspetti straniero e partecipa a un’identità “più cosmopolita”, in grado di generare diverse visioni del mondo. La sua opera celebra questa visione della realtà sociale e psicologica dell’uomo.


Grazie mille per avermi riportato lì. Ho respirato di nuovo attraverso le tue parole la sua atmosfera incantata e fuori dal tempo, ma al contempo così moderna e attuale che non mi è sembrato siano passati 10anni da quando lo visitai.
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