Filosofie della Metafora. Intervista ad Alberto Martinengo

Quotidianamente guardiamo il mondo attraverso le metafore. Siamo circondati dalle metafore a tal punto che  i nostri valori, i pregiudizi, le scelte, gli atteggiamenti dipendono da esse. Attraverso questa intervista Alberto Martinengo ci racconta il suo ultimo libro, intitolato Filosofie della Metafora (edito da Guerini e Associati, http://guerini.it/index.php/filosofie-della-metafora.html). La sua attenta analisi filosofica  ci aiuta a comprendere il significato etico e politico del linguaggio metaforico: «Le metafore ci aiutano a comprendere come orientarci nel mondo perché stanno a metà strada tra il linguaggio con il quale sono scritte e le immagini che portano dentro di sé. Usiamo continuamente espressioni metaforiche nella nostra vita quotidiana – ma anche quando studiamo e scriviamo, e perfino quando ci occupiamo di fenomeni complessi della realtà – per una ragione basilare: le metafore sono il risultato dei nostri tentativi di vedere il mondo più a fondo di quanto non accada a uno sguardo muto». (A. Martinengo, Filosofie della Metafora, Guerini e Associati, 2016, p.15)

IMG_20170818_210543~2Alberto Martinengo è stato ricercatore in Filosofia teoretica all’Università di Milano e si è recentemente trasferito all’Università di Torino per occuparsi di filosofia dell’immagine. Attualmente è anche direttore del CEST (Centro per l’eccellenza e gli studi transdisciplinari). Nelle sue ricerche si occupa soprattutto dell’ermeneutica filosofica francese e tedesca. Oltre a Filosofie della metafora, ha scritto due libri su pensatori contemporanei: Introduzione a Reiner Schürmann (Roma 2008) e Il pensiero incompiuto. Ermeneutica, ragione, ricostruzione in Paul Ricoeur (Reggio Emilia 2008). Ha pubblicato saggi e curato testi in Italia e all’estero, tra i quali il volume Beyond Decostruction (Berlin 2012).

Intervista a cura di Luca Greco

Alberto, il tuo libro si occupa di alcune azioni che possiamo compiere con il linguaggio e nel linguaggio. La tua attenzione, però, si sofferma principalmente sulla metafora. Perché? Perché è importante parlare della metafora oggi?

«Il mio libro nasce da un’attenzione di tipo politico. Il linguaggio politico è da sempre carico di elementi che non si limitano a descrivere il mondo, ma che hanno l’obiettivo di produrre azioni: propensioni, scelte, decisioni e, soprattutto, consenso. Questo è vero ancor di più nelle democrazie avanzate, nelle quali alcuni meccanismi si intensificano e, talvolta, entrano in cortocircuito. Pensiamo all’ipertrofia della comunicazione generata dai mass media nel Novecento e al gigantesco “rumore di fondo” del discorso pubblico che ascoltiamo oggi sui social network. I social sono luoghi fondamentali in cui le opinioni politiche si formano. La mia domanda di fondo è se ci siano strumenti privilegiati di costruzione del consenso che la filosofia può aiutare a capire. La metafora è uno di questi mezzi: per limitarci alla politica italiana degli ultimi 25 anni, per esempio, questo è il caso del “presidente operaio” di berlusconiana memoria, o dello “smacchiatore di giaguari”, o del Renzi rottamatore. Studiare la metafora significa anche gettare una luce su questi processi, talvolta opachi e incontrollabili».

Che genere di rapporto sussiste tra la filosofia e il linguaggio della metafora?

«La filosofia ha spesso sottovalutato la metafora, considerandola un espediente poetico o retorico: usiamo metafore soltanto per abbellire i discorsi e non per “scoprire la verità”, dicevano i filosofi moderni. In realtà ogni filosofo, da sempre, usa metafore per dare un nome a concetti, idee, valori. Lo ha chiarito bene Jacques Derrida negli anni sessanta del Novecento, spiegando che esistono metafore nascoste che ci guidano quando proviamo a pensare la realtà nei suoi aspetti più profondi: verità, essere, sostanza, essenza sono parole-chiave che possono essere “decostruite” per mostrare le figure del discorso – le immagini, appunto – che regolano la filosofia occidentale».

All’interno della tua Introduzione, sostieni che ogni volta che impariamo una nuova lingua, apprendiamo anzittutto a fare cose con quella lingua. Che cosa significa esattamente «fare cose con le parole»?

«Qui entriamo all’interno di una delle astrazioni tipiche della filosofia e delle scienze del linguaggio. È sbagliato pensare che una lingua ci serva anzitutto per rispecchiare uno stato di cose, cioè per disegnare una mappa geografica del mondo in cui ci muoviamo. Il linguaggio è invece, prima di tutto, uno strumento che usiamo per ottenere risultati. Perciò la lingua è carica di unità del discorso (parole, espressioni, frasi…) che non sono descrittive ma appunto figurate. La metafora è probabilmente il dispositivo più potente con cui costruiamo figure allo scopo di farci capire».

Le parole sono – per usare una tua definizione – «strumenti vivi». Inaspettati scenari socio-culturali ci spingono costantemente a introdurre variazioni e innovazioni linguistiche. In che modo la metafora contribuisce al rinnovamento di una lingua?

«Siamo abituati a distinguere le lingue vive dalle lingue morte. E diciamo, correttamente, che le lingue morte sono quelle che non sono abitualmente parlate da una comunità, a differenza delle lingue vive. Ma se guardiamo a questa distinzione da un altro punto di vista, dobbiamo riconoscere che una lingua è viva se, per così dire, il suo dizionario è costantemente in evoluzione: possiamo fotografarlo in un dato momento, ma dopo un certo periodo la fotografia dovrà essere aggiornata, come accade quando si pubblicano nuove edizioni di quel dizionario. Ebbene, la metafora è uno dei fattori che mettono in moto un dizionario: si sperimentano nuove metafore, alcune di esse hanno fortuna e si stabilizzano, le più durevoli entrano a pieno titolo nel nostro codice linguistico condiviso. La metafora è insomma una forma di sperimentazione: se funziona, tiene in vita la nostra lingua. Potremmo mai immaginare di sperimentare nuove metafore in latino o nel greco antico? Naturalmente no».

Ad un certo punto tu paragoni la metafora ad un laboratorio per studiare la varietà dei fenomeni linguistici. Tuttavia, per poter accedere all’interno di questo laboratorio occorre liberarsi di un particolare pregiudizio, cioè di quella storica convinzione secondo la quale facciamo metafore solamente per abbellire i nostri discorsi. All’interno del primo capitolo ricostruisci un lunghissimo percorso attraverso il quale questo luogo comune è stato superato e infine rovesciato, spiegando come in realtà la metafora non sia un ornamento della lingua e il suo funzionamento non riguardi solamente la poesia e la retorica. Il protagonista di questo superamento è Giambattista Vico. Perché proprio lui?

«Ricordavo già prima questo pregiudizio dei filosofi che, in particolare nel pensiero moderno e fino a Friedrich Nietzsche, hanno ritenuto che la metafora fosse un accorgimento linguistico da guardare con sospetto, perché ingannevole. Ma nel panorama della filosofia moderna c’è un’eccezione importante ed è rappresentata proprio da Giambattista Vico, il filosofo napoletano vissuto a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. Di Vico ricordiamo probabilmente che pensava alla storia umana come successione di diverse epoche: l’età degli dei, l’età degli eroi e l’età degli uomini. Il linguaggio ha un ruolo fondamentale in questo sviluppo: per Vico, la metafora – assieme alle altre figure del linguaggio – rappresenta un momento della storia nel quale si sviluppa la cosiddetta sapienza poetica. In questo contesto, la metafora, il mito e la poesia non sono affatto un modo per abbellire i discorsi, per renderli più gradevoli, ma sono gli strumenti con i quali spontaneamente alcuni popoli provavano a spiegare il mondo. Ecco, Vico è probabilmente il primo filosofo a riconoscere che le metafore hanno un valore concettuale, cioè mettono in ordine le esperienze, le sistematizzano, le rendono riconoscibili – e lo fanno in alternativa al linguaggio descrittivo-scientifico, che nella ricostruzione di Vico sarebbe nato più tardi nella storia dell’umanità».

Le cose cambiano davvero solamente con Nietzsche. Che cosa succede esattamente sul finire del XIX secolo? Come cambia il rapporto tra la metafora, il concetto e la verità? Per riprendere il titolo di un tuo paragrafo, la merafora dice la verità?

«Parlavo della “scoperta” di Vico relativa alla forza concettuale della metafora. È la stessa intuizione che ebbe Nietzsche, che la formulò in modo più radicale: non soltanto la metafora serve per mettere in ordine il mondo, in modo analogo al concetto; di più, secondo lui non c’è differenza tra la metafora e la verità, perché la verità è essa stessa una forma metaforica. Nietzsche scrive che la verità è un “esercito di metafore” delle quali ci siamo dimenticati l’origine e, così facendo, abbiamo cancellato la potenza delle metafore dal campo degli strumenti con i quali conosciamo la realtà».

All’interno del tuo libro c’è un passaggio molto interessante interamente dedicato al linguaggio simbolico. In paricolare, ti soffermi sull’analisi ricoeuriana del simbolo. Per Ricoeur il linguaggio simbolico e il discorso metaforico sono due modi alternativi attraverso i quali le parole ci consentono di far veicolare immagini dentro il linguaggio. In che modo il linguaggio metaforico è in grado di farci vedere delle cose? Che genere di rapporto sussiste tra l’immagine e il linguaggio?

«Qui è utile fare un passo indietro, perché si tratta di un aspetto interessante, che nel mio libro cerco di approfondire. Semplificando un po’ la questione, si può dire che la cultura occidentale tenda per lo più a pensare il rapporto tra il linguaggio e l’immagine come una contrapposizione. Ed è una contrapposizione in cui uno dei due termini – il linguaggio – prevale sull’altro: il linguaggio è uno strumento razionale, è il terreno del logos, mentre l’immagine sfugge al controllo logico, spesso è considerata ingannevole, fuorviante, addirittura pericolosa. Pensiamo alla condanna che Platone emetteva nei confronti delle immagini, in particolare le immagini artistiche, che allontanerebbero dalla verità. Ora, la riscoperta novecentesca della metafora, che si ispira a Nietzsche ma non soltanto, ci obbliga a ripensare la forza delle immagini, non più in termini oppositivi rispetto alla parola. Quando diciamo che le metafore sono “linguaggio per immagini” intendiamo proprio che le metafore sono parole che funzionano grazie al fatto che tengono dentro di sé immagini. E non sono immagini casuali o secondarie, perché è proprio grazie a loro che comprendiamo una metafora. Quando dico, banalmente, che “Tizio è un leone”, proprio una certa immagine del leone – il suo disprezzo del rischio, la sua tendenza a gettarsi in una situazione pericolosa per averne la meglio – è ciò che consente a chi mi ascolta di capire ciò che sto dicendo e non prendermi per pazzo, come dovrebbe fare se non fosse in grado di vedere qualcosa attraverso le mie parole».

Quotidianamente guardiamo il mondo attraverso le metafore. Siamo circondati dalle metafore. Siamo trafitti dalle metafore. Come si evince dalla tua analisi, il linguagio metaforico oggi sembra essere così presente nella nostra quotidianità, a tal punto che ci sembra di vivere di metafore. In che modo, secondo te, le metafore ci aiutano a interpretare la realtà e a orientarci nel mondo?

«C’è un bel libro, fondamentale per comprendere la riscoperta novecentesca della metafora. Si intitola Metaphors we live by ed è stato scritto da George Lakoff e Mark Johnson nel 1980. In italiano il titolo suona Metafora e vita quotidiana, ma la versione inglese contiene qualcosa di più: significa “Metafore grazie a cui viviamo, metafore di cui viviamo”, intendendole come ciò di cui non possiamo fare a meno per sopravvivere. Lakoff e Johnson intendono dire che le metafore determinano il modo in cui pensiamo e agiamo. Anzi, di più: le metafore stabiliscono ciò che pensiamo e facciamo. Il loro esempio più famoso è quello del tempo che passa. Quando diciamo che “il tempo è denaro”, stiamo semplicemente ricorrendo a una frase fatta, talmente abusata da essere ormai svuotata di significato? Per Lakoff e Johnson la risposta è negativa. Nella nostra cultura, quando pensiamo al tempo che impieghiamo per fare qualcosa, lo facciamo davvero in termini di denaro: perdiamo tempo oppure lo guadagniamo, investiamo tempo o lasciamo che ci scorra via, lo vorremmo indietro quando ci accorgiamo di averlo buttato via, ci pentiamo per averlo utilizzato male oppure lo regaliamo con piacere a qualcuno che lo merita. Questa metafora del tempo-denaro non è un’immagine suggestiva che usiamo per raccontare come ce la siamo cavata in una certa esperienza. Noi davvero vediamo il tempo come denaro che scorre via e, soprattutto, ci comportiamo di conseguenza. Per questa ragione, come dicevo all’inizio, studiare le metafore ha un significato etico e politico: la vita è innervata di metafore a tal punto che le nostre visioni del mondo, i nostri valori, i pregiudizi, le scelte, gli atteggiamenti dipendono da esse. Se volessimo parafrasare Aristotele, dovremmo dire che siamo davvero, e fino in fondo, “animali metaforici”».

Per maggiori informazioni:

https://www.ibs.it/filosofie-della-metafora-libro-alberto-martinengo/e/9788881073979?inventoryId=49211944

 

 

 

 

 

 

 

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