L’arte? «Il più visibile “ritorno del represso”»

La bellezza rende possibile l’umanità e lascia alla nostra libera volontà stabilire fino a che punto vogliamo farla diventare reale. Invocando la logica della soddisfazione contro quella della repressione, l’arte rappresenta una vera e propria sfida all’idea di «realtà» così come viene concepita nella cultura occidentale. Essa svolge una funzione determinante nel dare alla civiltà una nuova forma, una nuova libertà, attraverso il «libero gioco» dell’immaginazione creativa.

 

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Herbert Marcuse

Luca Greco – Secondo il filosofo tedesco Herbert Marcuse, la «realtà» così come viene concepita all’interno della cultura occidentale si forma attraverso l’interazione di due differenti ideali di progresso: senza il «peso» della felicità, il progresso «quantitativo» (o tecnico) garantisce apparentemente una maggiore libertà  grazie alla produzione di quella ricchezza sociale che soddisfa i bisogni umani (progresso di tipo «qualitativo» o umanitario). Anche per Freud la felicità e la libertà non sono conciliabili con lo sviluppo della civiltà, che si fonda invece sulla repressione e rimozione dei desideri sessuali degli istinti. Dato che la civiltà non può soddisfare quel «principio del piacere» che ricerca solamente piacere, tale principio viene sostituito da quello della realtà: sotto il dominio di questo principio, l’Es (il regno dell’inconscio, degli istinti primari) si sviluppa fino a diventare Io. Al fine di ridurre al minimo i conflitti tra mondo interno ed esterno, l’Io coordina, altera e controlla gli impulsi incompatibili con essa cambiando il loro oggetto, trasformando i loro modi di soddisfazione, posticipando o facendo deviare la loro soddisfazione: «l’Io conserva la sua esistenza, osservando e vagliando la realtà, creando e conservando una “vera immagine” di questa, adattando se stesso alla realtà e modificando quest’ultima, nel senso dei propri interessi» (H. Marcuse, Eros e civiltà, Torino, Einaudi, 2001, cit., p. 75). Il principio della realtà viene, così, a coincidere con il progresso che si realizza solo attraverso la trasformazione dell’energia istintuale in energia lavorativa socialmente utile, cioè tramite la sublimazione.

Se da un lato la produttività tende a migliorare i «mezzi materiali» e «spirituali» in vista della soddisfazione dei bisogni umani, dall’altro non consente agli stessi uomini di trarre il pieno godimento da tali beni: «essa è energia istintuale repressiva e ha già preformato gli uomini in modo tale che non possano valutare la vita stessa altrimenti che in base alla scala di valori secondo la quale il godimento, la quiete, la soddisfazione vengono rifiutati come mete ovvero vengono subordinati alla produttività» (H. Marcuse, L’idea del progresso alla luce della psicanalisi, in Psicanalisi e politica, cit., p. 77). Entro questa «struttura psichica» si riflette l’organizzazione del progresso tipico della società industriale sviluppata: come in un circolo vizioso, l’individuo si priva del godimento della propria produttività (rinuncia a ciò che viene prodotto) per poterlo in un certo senso «reinvestire» in un livello sempre più alto e nuovo di produzione, cioè il progresso deve continuamente negare se stesso per potersi perpetuare. «L’inclinazione deve essere sacrificata alla ragione, la felicità continuamente alla libertà, che è trascendimento, perché gli uomini, con la promessa della felicità, siano mantenuti nel lavoro alienato, rimangono produttivi, si neghino il pieno godimento della loro produttività e con ciò perpetuino la produttività stessa» (H. Marcuse, L’idea del progresso alla luce della psicanalisi, in Psicanalisi e politica, cit., p. 77-78).

L’affermazione del principio della realtà costituisce, dunque, la causa principale della separazione (una vera e propria «mutilazione») dell’intero processo psichico precedentemente unificato nell’Io del piacere. Tale processo viene ora indirizzato e adeguato alle esigenze dal principio della realtà. Così facendo, «questa parte della psiche acquista il monopolio dell’interpretazione, manipolazione, alterazione della realtà, regola il ricordo e l’oblio, e perfino determina ciò che la realtà è e come va usata e alterata» (H. Marcuse, Eros e civiltà, cit., p. 169). Dinanzi a tale situazione, come Freud, anche Marcuse attribuisce alla fantasia una funzione fondamentale nella struttura psichica totale per il mantenimento della libertà rispetto al principio della realtà: «essa collega gli strati più profondi dell’inconscio con i prodotti più alti della coscienza (arte), il sogno con la realtà; conserva gli archetipi della specie, le idee eterne ma represse della memoria collettiva e individuale, le immagini represse e ostracizzate della libertà» (H. Marcuse, Eros e civiltà, cit., p. 168). L’atto del fantasticare (l’immaginazione) si emancipa dalla sua dipendenza dalla «realtà» preservando la struttura e le tendenze della psiche, cioè conservando la memoria dell’unità immediata tra l’universale e il particolare sotto il dominio del principio del piacere prima dell’intervento del principio della realtà. L’immaginazione tende alla riconciliazione dell’individuo con il tutto attraverso il superamento della realtà umana antagonistica: «mentre quest’armonia è stata relegata nell’utopia del principio della realtà costituita, la fantasia insiste nell’affermazione che essa deve e può diventare reale, che dietro l’illusione sta vera conoscenza. Le verità dell’immaginazione vengono realizzate per la prima volta quando la fantasia stessa prende forma, quando crea un universo di percezione e comprensione – un universo soggettivo e allo stesso tempo oggettivo. Ciò avviene nell’arte» (H. Marcuse, Eros e civiltà, cit., p. 171). L’immaginazione artistica, dunque, dà forma al «ricordo inconscio» della liberazione mai realizzata. In tal senso l’arte è – per usare le parole di Marcuse – «forse il più visibile “ritorno del represso”» (H. Marcuse, Eros e civiltà, cit., p. 171). Nell’epoca della repressione istituzionalizzata, l’arte è in grado di fornirci l’immagine della libertà solamente negando la non-libertà (l’arte come opposizione). Ciò risulta particolarmente visibile proprio all’interno dei processi surreali quali il sognare, il fantasticare e il giocare, dove la richiesta di una soddisfazione va al di là del principio della realtà. È qui che risiedono le origini della stretta dipendenza della fantasia dall’Eros.

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Renè Magritte, Golconda (1953). Olio su tela 81 x 100 cm

Nella fantasia tutti gli opposti psichici vengono riuniti e questo vale anche per quanto riguarda il conflitto tra mondo interno ed esterno. Essa rappresenta una fonte inesauribile di possibilità dove viene accolto quel valore di verità dell’immaginazione che è proiettato verso il futuro. L’arte si allea con la rivoluzione e dà origine a forme di libertà che mirano a comprendere meglio la realtà umana. Favorendo il libero sviluppo dei bisogni individuali, la produttività perde il suo carattere repressivo rendendo «disponibili tempo e energia per il libero gioco delle facoltà umane al di fuori del regno del lavoro alienato» (H. Marcuse, Eros e civiltà, cit., p. 181). La sublimazione non cessa di esistere, anzi, essa diventa una «forza creatrice» di cultura: divenuta libera, essa sprigiona una forza capace di «determinare l’organismo in tutti i suoi modi di comportamento, dimensioni e mete» (H. MARCUSE, L’idea del progresso alla luce della psicanalisi, in Psicanalisi e politica, cit., p.  82) che non è più solo mera sessualità. Dal principio non repressivo del progresso avrà così origine una gerarchia di valori finalizzati al godimento della vita, dove il lavoro alienato si trasformerà nel libero esercizio delle facoltà umane e la libertà non sarà più un progetto irrealizzabile.

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