Ti sei mai chiesto com’era l’arte del giovane Picasso? Prima del genio rivoluzionario, prima del cubismo, prima della fama mondiale? A Barcellona, dove tutto è cominciato, è possibile scoprirlo. Il Museo Picasso è un viaggio nell’anima di un giovane artista alla ricerca del suo linguaggio.

Perché Barcellona?
Barcellona non fu solo la sua casa da ragazzo, ma il teatro delle sue prime grandi intuizioni pittoriche, delle scoperte e delle visioni che lo avrebbero reso celebre in tutto il mondo. È qui, tra i vicoli del Barrio Gotico, il museo occupa cinque straordinari palazzi gotici – il Palau Aguilar, il Palau Baró de Castellet, il Palau Meca, Casa Mauri e il Palau Finestres – che raccontano secoli di storia architettonica catalana. I cortili interni, con le loro scalinate in pietra, archi e balconate, restituiscono un’atmosfera sospesa tra Medioevo, Rinascimento e Barocco, quasi a preparare il visitatore all’incontro con un artista che ha fatto della trasformazione continua il proprio linguaggio. Più che un’esposizione, questo museo è un dialogo continuo tra l’artista e la città. Ogni sala, ogni opera racconta una tappa del cammino di Picasso, ma anche una parte stessa della città.

Il Museo Picasso di Barcellona conta oltre 4.200 opere
Voluto dallo stesso Pablo Picasso nella città che più di ogni altra segnò la sua formazione artistica e umana, il museo vanta una collezione permanente che conta oltre 4.200 opere, divise in tre sezioni: pittura e disegno, incisione e ceramica. Qui si trovano capolavori come Scienza e carità (1897), testimonianze importantissime del suo precoce talento. Lungo il percorso si esplorano poi i periodi blu e rosa, i primi esperimenti parigini, e si arriva fino alle sue ricerche più mature del dopoguerra, come gli studi su Las Meninas (1957) e la poetica serie dei Piccioni (1957). Ampio spazio è dedicato anche ai disegni, alle incisioni e alle ceramiche, rivelando la profondità e la varietà del suo universo creativo. Scopriamo insieme, quindi, quali sono le opere da non perdere al Museu Picasso de Barcellona!

1. Autoritratto di Picasso
Nel volto serio e composto del giovane Picasso quindicenne non c’è solo l’eco della sua formazione accademica, ma già l’ombra di una coscienza inquieta, affilata, pronta a sfidare il mondo. Il suo sguardo diretto non cerca approvazione, ma affermazione: è la dichiarazione silenziosa di un talento che sa di esistere e reclama spazio. Ogni tratto del pennello, così preciso e controllato, è un esercizio di potere sulla forma. Ma sotto quella perfezione si intravede un’urgenza più profonda – la stessa che, ottant’anni dopo, esploderà in linee spezzate, occhi sbarrati e colori crudi. Tra il ragazzo che si dipinge per dimostrare chi potrebbe diventare, e il vecchio che si ritrae per non dimenticare chi è stato, c’è tutto il peso di una vita che ha fatto dell’arte una battaglia tra identità e tempo. I due autoritratti, a distanza di quasi ottant’anni, raccontano così non solo l’evoluzione di un artista, ma anche il modo in cui l’arte può diventare strumento di consapevolezza, testimonianza viva di una trasformazione personale e creativa.
2. Margot (1901)
C’è un momento, nell’arte di Picasso, in cui tutto inizia a cambiare: la pittura smette di descrivere e comincia a sentire. Margot (olio su cartone di circa 69×57 cm), realizzata nel 1901 quando l’artista ha appena vent’anni, è uno di quei ritratti che non mostrano solo un volto, ma raccontano un mondo interiore. Davanti a noi non c’è la rappresentazione dell’attesa, della solitudine di una donna sospesa tra la vita notturna di Montmartre e un dolore che sembra venire da dentro. Seduta, con lo sguardo perso e malinconico, Margot incarna quel confine sottile tra la bellezza e il disagio, tra il corpo presente e l’anima altrove. I colori sono vivi e le pennellate squadrate, ma raccontano un’energia spenta. Con quest’opera, Picasso inizia a guardare oltre la forma per esplorare la psicologia del soggetto. Margot diventerà presto il simbolo di una pittura che non vuole più essere decorazione, ma la verità di ciò che sentiamo.
3. Scienza e carità (1897)
In una stanza scarna e silenziosa, la vita pende da un filo. Una donna giace pallida nel suo letto, consumata dalla malattia, tra il mondo dei vivi e l’ombra dell’addio. Accanto a lei, due figure opposte e complementari: da un lato, il medico, imperturbabile, il volto severo, lo sguardo rivolto al polso della paziente. È la Scienza: razionale, lucida, distaccata. È l’uomo che misura, che osserva, che combatte la morte con strumenti e sapere, ma senza lasciar trasparire alcuna emozione. Dall’altro lato, una suora, le braccia avvolte attorno a un bambino piccolo. È la Carità: accogliente, empatica, silenziosa. Sorregge non solo un corpo, ma un’eredità, un futuro incerto, fatto di fragilità e speranza. E nel mezzo, l’umanità intera: sospesa tra la fredda precisione della cura e il calore disarmato dell’amore. Quando dipinge questo capolavoro Picasso ha solo quindici anni, nel 1897, ma guarda già in faccia il dolore con una maturità che sorprende. Il giovane artista non prende posizione. Non dice chi ha ragione: la scienza che analizza o la carità che abbraccia. Le mostra insieme, perché la vita si regge sul filo teso tra sapere e compassione e nessuno dei due basta da solo.
4. Arlecchino (1917)
In un momento di silenzio teatrale, sospeso tra realtà e finzione, l’Arlecchino di Picasso emerge come figura fragile e solenne: un artista mascherato che racconta sé stesso nel linguaggio del travestimento. Dipinto nel 1917, questo Arlecchino non è solo un personaggio della Commedia dell’Arte, ma diventa un riflesso dell’artista, un alter ego malinconico e potente. Con lo sguardo perso oltre la scena, incarna la condizione esistenziale del creatore: spettatore e protagonista, corpo vivo e simbolo. Così Picasso, tra palcoscenico e pittura, ci offre un autoritratto in costume, carico di ambiguità, eleganza e memoria.
Una curiosità importante: questa versione di Arlecchino è la prima opera che regalò a Barcellona (1919). Il modello è Léonide Massine, ballerino e coreografo moscovita dei celebri Balletti Russi.
5. Las Meninas (1957)
Il confronto di Picasso con Las Meninas di Diego Velázquez, tra il 17 agosto e il 30 dicembre 1957, rappresenta una delle pagine più significative per la storia dell’arte del ‘900. Il celebre dipinto seicentesco, considerato una delle massime espressioni della pittura occidentale, racchiude, infatti, molti dei temi che ossessionano Picasso: il mistero dello sguardo, il ruolo dell’artista, il confine tra realtà e rappresentazione. Nella complessità e ambiguità della composizione originale, Velázquez aveva già anticipato interrogativi che il XX secolo avrebbe reso centrali.
Per Picasso prendere questa coraggiosa scelta significa tornare alle proprie radici artistiche e alla tradizione spagnola, per poi decostruirle e reinterpretarle attraverso la lente del cubismo. Scompone lo spazio, ridisegna i personaggi, reinventa i colori. Utilizza forme semplificate e tonalità vivaci, spesso isolando figure o dettagli specifici della scena originaria: l’Infanta Margarita, i buffoni, il cane, lo stesso Velázquez. Così, l’opera diventa un esercizio di metamorfosi, in cui la tradizione viene rielaborata con spirito critico e una sconfinata libertà creativa. L’intera serie, composta da 58 tele, oggi è conservata al Museo Picasso di Barcellona, che la ricevette in dono dall’artista stesso nel 1968.
6. I piccioni (1957)
In quei giorni sospesi di settembre del 1957, mentre il mondo di Las Meninas lo assorbiva, Picasso decise di rifugiarsi nella sua casa a Cannes. Poche semplici cose: un balcone, tanta luce, il mare sullo sfondo e dei piccioni. In quelle tele rapide e luminose, Picasso non dipinge solo animali, ma un silenzio interiore. Un ritorno ai sogni dell’infanzia piccoli frammenti leggeri del padre pittore e falconiere.
Nove semplici tele, caratterizzate da geometrie leggere, vivide gamme cromatiche, una dimensione intima che si distilla in armonia tra cielo, terra e memoria. Un’interruzione voluta, per ricordarsi che anche il genio ha bisogno di un cielo aperto e di qualcosa di piccolo che voli via.
7. Ritratto di Jaume Sabarte’s con gorgiera e cappello (1939)
Non si tratta di semplice ritratto, ma di uno scherzo affettuoso tra due anime legate da decenni di amicizia. Nel Ritratto di Jaume Sabartés con gorgiera e cappello (1939), Pablo Picasso non immortala semplicemente un volto, ma mette in scena un travestimento teatrale, un gioco divertente, un omaggio ironico al suo caro amico d’infanzia e segretario Jaume Sabartés. Il protagonista del dipinto fu ritratto più volte, ma questa è una delle versioni più emblematiche e rappresenta una delle opere simbolo dell’intera collezione del museo. Si dice che l’idea di questo ritratto sia nata da una battuta dello stesso Sabartés, che disse:
“Fammi un ritratto come se fossi un servitore alla corte di Filippo II.”
Picasso prese alla lettera la proposta e lo trasformò in una sorta di buffone di corte, con chiari riferimenti ai ritratti ufficiali del Siglo de Oro spagnolo (come quelli di Velázquez), ma totalmente reinterpretati con umorismo e distorsione. Sabartés, infatti, è ritratto con una gorgiera rigida (tipica dei ritratti del Seicento) e un cappello piumato, segni di nobiltà o caricature di essa. Il viso è distorto, ma riconoscibile: ha occhiali sproporzionati e rovesciati, naso pronunciato, e una barba arruffata.
8. Ritratto di Jacqueline (1957)
Il Ritratto di Jacqueline del 1957 è una delle numerose opere che Pablo Picasso ha dedicato a Jacqueline Roque, la sua ultima compagna e musa, che sposò nel 1961. Jacqueline compare in oltre 200 ritratti dell’artista – più di qualsiasi altra figura femminile nella sua produzione – ed è considerata una delle sue muse più importanti, specie nell’ultima fase della sua vita. Caratteristica importante di questo ritratto è il fatto che il volto di Jacqueline non guarda lo spettatore, ma sembra riflettere qualcosa di più intimo. Nello stile essenziale e frammentato di quest’opera Picasso non cerca una somiglianza fisica, ma una presenza interiore. Le linee marcate, i contorni semplificati, gli occhi asimmetrici diventano strumenti per catturare non tanto l’immagine della donna amata, quanto il modo in cui lui la vedeva: una forma di riconoscimento affettivo che passa attraverso la distorsione, come se solo così fosse possibile dire qualcosa di vero. L’opera rientra nel periodo tardo di Picasso, caratterizzato da un linguaggio espressivo semplificato e molto personale, in cui il pittore fonde elementi del cubismo con influenze della pittura classica e dell’arte africana. Il volto di Jacqueline è spesso rappresentato in modo stilizzato, asimmetrico o deformato, con una resa che privilegia l’emotività e la struttura interna del volto rispetto al realismo.
9. I disegni di Picasso per Els Quatre Gats
Le prime opere realizzate da Pablo Picasso per Els Quatre Gats non sono soltanto esercizi giovanili, ma testimonianze concrete di un talento precoce e della sua precoce immersione nelle correnti artistiche moderne. Pur essendo agli inizi del suo percorso, Picasso dimostra già una padronanza del disegno, una capacità ritrattistica acuta e una sensibilità formale che anticipano alcuni elementi del suo stile futuro. Nel febbraio, e poi nel luglio del 1900, a soli diciassette anni, l’artista tenne la sua prima esposizione personale proprio nella sala principale del celebre caffè modernista di Barcellona. Questo evento rappresentò il suo vero debutto nel mondo dell’arte contemporanea, in un contesto intellettualmente vivace e culturalmente all’avanguardia.
Per l’occasione, Picasso realizzò circa cento ritratti a carboncino, inchiostro e acquerello, immortalando i volti degli amici e dei frequentatori del locale – tra cui Jaume Sabartés, Ángel Fernández de Soto, Santiago Rusiñol e Ramón Casas – con un tratto essenziale ma sorprendentemente espressivo. Questi disegni non erano destinati alla semplice decorazione, ma testimoniavano la sua appartenenza a un ambiente creativo d’élite e il suo sguardo già consapevole sul mondo artistico. Un esempio emblematico è il disegno At the Quatre Gats (1900), che restituisce con estrema sintesi visiva l’atmosfera elegante, bohemien e sofisticata del locale. L’opera, oggi conservata al Museu Picasso di Barcellona, rappresenta uno dei primi tentativi dell’artista di catturare non solo i soggetti, ma lo spirito di un luogo: una lezione compositiva che svilupperà in modi radicali nelle sue fasi successive.
10. La platja de la Barceloneta (1896)
A volte mi capita di provare nostalgia per un tempo lontano che non ho mai vissuto, per le giornate lente di luoghi assolati di fine Ottocento. È facile perdersi in questa atmosfera, dove Barcellona si affacciava sul mare e la modernità faceva capolino tra le onde e le fabbriche del Poblenou. In La platja de la Barceloneta (1896), un giovanissimo Picasso cattura con sguardo attento il paesaggio marittimo della sua città: la distesa sabbiosa della Barceloneta in primo piano, le acque calme che lambiscono la riva, le silhouette industriali sullo sfondo, e oltre, le montagne. Un’opera che è quasi una cartolina dell’epoca, testimone di una città che iniziava a vivere il mare non solo come lavoro, ma come tempo libero, socialità e respiro urbano.
11. Ceramiche
Picasso amava sperimentare nuovi linguaggi e materiali, e la ceramica rappresenta una delle sue esplorazioni più affascinanti e meno convenzionali. Questa continua ricerca lo portò, verso la fine degli anni Quaranta, ad avvicinarsi alla ceramica con uno spirito giocoso, ma allo stesso tempo profondamente innovativo.
A Vallauris, nel sud della Francia, Picasso entrò in contatto con artigiani locali e diede vita a una vastissima produzione di opere ceramiche, molte delle quali reinterpretano in chiave moderna motivi tradizionali: teste, animali, figure mitologiche, oggetti d’uso quotidiano. Il Museu Picasso di Barcellona offre una testimonianza preziosa di questa fase creativa. Nella collezione permanente sono presenti numerose ceramiche che permettono di apprezzare la libertà espressiva con cui l’artista interviene sulle forme: piatti, vasi, brocche decorati con disegni vivaci, volti stilizzati, scene di tauromachia o richiami al mondo classico. In queste opere si percepisce il piacere tattile del materiale, ma anche la volontà di rompere i confini tra arte e artigianato, elevando la ceramica a forma d’arte pienamente riconosciuta.

2 pensieri su “Cosa vedere al Museo Picasso di Barcellona?”