“Il Poeta Nero” che disturbò l’America – Emanuel Carnevali

Juanjo Monsell, Gabriele NeroCarlo Federico Manuel Carnevali nacque a Firenze il 4 dicembre 1897, figlio di Tullio Carnevali (Lugo, 1869) e Matilde Piano (Torino, 1873). Emanuel, Em o Manolo, come veniva chiamato, venne al mondo dopo che i suoi genitori si erano separati. La sua infanzia passò tra Pistoia, Biella e Cossato. Dopo la morte di sua madre nel 1908, il padre, che si era risposato, impose a Emanuel di unirsi alla sua nuova famiglia a Bologna. Nel 1911 Carnevali ottenne una borsa di studio dal Collegio Marco Foscarini di Venezia, dove trascorse due anni, prima di esserne espulso. Nel 1913 entrò nell’Istituto tecnico Pier Crescenzi di Bologna, dove fu allievo del critico letterario e narratore Adolfo Albertazzi. Questa relazione con l’insegnante, non sempre pacifica, significherà per Carnevali una prima conferma della sua vocazione letteraria.

 

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Emanuel Carnevali

Come racconta nel suo romanzo Il primo dio (El Doctor Sax, 2016), decise di emigrare negli Stati Uniti nel 1914, a soli sedici anni, a causa dei continui confronti violenti con il padre, che considerava autoritario e troppo reazionario. Carnevali partì da Genova, passando da Caserta, il 17 marzo 1914, e arrivò a New York il 5 aprile. Visse fino al 1922 tra New York e Chicago, in un primo momento senza sapere una parola di inglese e svolgendo i lavori più umili: lavapiatti, bigliettaio, cameriere, netturbino, spazzaneve, ecc … Soffrì la fame, la miseria e privazioni di ogni tipo. Col tempo imparò la lingua (leggendo i menù e le insegne dei negozi di New York),  e iniziò a scrivere e a inviare i suoi versi a tutte le riviste che conosceva. Inizialmente respinte, le sue poesie cominciarono a poco a poco ad essere pubblicate e Carnevali divenne discretamente noto nel campo letterario. Fu amico di molti poeti tra i quali Max Eastman, Ezra Pound, Robert McAlmon e William Carlos Williams. Proprio Williams subì un duro attacco dal poeta italiano attraverso un articolo della rivista Poetry, ma invece di arrabbiarsi rimase affascinato dal suo stile compositivo. Dopo aver letto le sue poesie, Williams, passò attraverso una lunga crisi creativa, sconvolto dalla potenza con cui, questo Mc’Caroni appena sceso dalla nave, riusciva a scrivere nella sua lingua.

Dimenticato dalla critica e dal pubblico, Carnevali ha lasciato una piccola, ma personale e marcata impronta nella letteratura americana del Diciannovesimo Secolo. Visse nella miseria, passando da un lavoro all’altro, da un amore all’altro, frequentava prostitute e delinquenti, ma riuscì a far parte, come straniero, del rinnovamento dell’avanguardia letteraria americana del tempo.

Colpito da una malattia nervosa e da disturbi del sonno, nel 1922 tornò in Italia, dove visse gli i suoi ultimi venti anni tra ospedali e manicomi del Ventennio (gli stessi in cui, negli stessi anni, era stato rinchiuso il genio di Dino Campana) tra Bazzano, Roma e Bologna. Anche in ospedale continuò a scrivere, come sempre, in inglese Morì l’11 gennaio 1942 nella Clinica Neurologica di Bologna, soffocato da un pezzo di pane. Due giorni dopo fu sepolto a Bologna nel Cimitero della Certosa.

Ci sono due parole che potrebbero definire la scrittura di Emanuel Carnevali: molteplicità e frattura. Molteplicità in riferimento non solo alla varietà dei generi letterari affrontati dall’autore durante la sua breve vita (non ha scritto solo poesia, ma anche saggi, racconti e romanzi), ma soprattutto per il suo status di immigrato/emigrante. Carnevali decise di emigrare a soli sedici anni, in un paese con una cultura e una lingua a lui completamente sconosciute. Questo lo costrinse a riversare tutta la sua conoscenza artistica, appresa in italiano, su un nuovo continente, attraverso una nuova lingua, l’inglese. Proprio la lingua sconosciuta diventò per l’autore uno strumento d’espressione malleabile e fendente. La sua estetica rimbaudiana (“meglio morire che non averla”), il suo desiderio di impadronirsi del nuovo idioma e la necessità narcisista di essere ascoltato, lo portarono a penetrare nelle profondità della lingua inglese e controllarla dall’interno. Nonostante il suo desiderio di diventare un poeta americano (come disse egli stesso in una delle sue lettere aveva rinnegato gli scrittori e i canoni della letteratura italiana, preferendogli quella americana),  la sua italianità rimane indelebile nei suoi scritti. Questo fa di Carnevali ancora oggi uno scrittore controverso e fluttuante, intrappolato in una molteplicità di voci che vanno oltre i suoi versi. In un certo senso, Carnevali fa parte di queste due tradizioni letterarie, italiana e americana, senza appartenere a nessuna di esse. Entrambe lo rifiutarono e ne impedirono l’inclusione nel canone letterario; l’Italia a causa del suo distacco e della sua fuga, gli Stati Uniti proprio per l’incapacità di staccarsi dalle sue radici e per la sua inevitabile distanza dalla cultura ufficiale. Carnevali fu, quindi, intrappolato tra due culture con pochi punti di connessione. È vero che riuscì a imparare l’inglese per le strade di New York leggendo i cartelloni pubblicitari, ma gli occhi che leggevano, non smisero un momento di essere occhi italiani. È forse per questo che Carlos Williams lo descrisse come ” il poeta nero, l’uomo vuoto, la New York che non esiste ”. Carnevali era il poeta nero perché nei suoi versi cantava dalle tenebre della miseria, era un uomo vuoto perché affondato a causa della mancanza di radici e d’identità. Si muoveva in una New York che non è mai esistita perché il cervello che elaborava la città non era quello di un newyorkino, ma quello di un wop un Mc’Caroni, per cui New York era solo un incubo proiettato nella mente, un’altra, tragica, Coney Island of the Mind, parafrasando Ferlinghetti.

Questo autore ibrido, bastardo, fu un personaggio di frattura. Mostrò l’impossibilità di unione di due culture e di due lingue. Invece di fare da ponte tra queste due culture, l’opera poetica di Carnevali altro non crea che un’ulteriore frattura tra esse. Non riuscì mai a entrare nella sfera culturale mainstream degli Stati Uniti, a causa del suo status di immigrato ai margini della possibilità di integrazione; allo stesso tempo, restò al di fuori della sfera culturale di una minoranza di italiani, di emigrati, condizione che l’autore ad un certo punto cercò quasi di rinnegare. Nonostante la sua attitudine, il peso delle origini si impose come un macigno tra Emanuel e la realizzazione del suo sogno: diventare uno scrittore americano ed essere riconosciuto come tale dagli americani. L’autore pagò, quindi, le conseguenze della parziale perdita di identità, lo sradicamento. I suoi scritti vennero considerati dalla critica come l’opera minore di un autore italiano scritta in inglese, quindi destinati all’oblio letterario. Il valore artistico del suo lavoro sarà riconosciuto postumo e l’autore verrà inserito in quel settore della letteratura che oggi viene definita letteratura di emigrazione, spazio situato nella terra di nessuno che è riservato ad alcuni autori che non sono mai stati in grado di appartenere ad una corrente letteraria ben definita a causa di circostanze storiche o scelte di vita che li hanno costretti a rimanere equidistanti tra culture o lingue diverse.

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La prima caratteristica di rilievo in relazione all’aspetto formale dell’opera di Emanuel Carnevali, e in particolare alla sua poesia, è la lingua: espressionista, decadente, semplice, spesso lirica, ma mai prosaica. Alle fondamenta dell’impalcatura imbastita attorno alla poetica dell’autore italiano, c’è l’inglese. Attraverso questo strumento Carnevali cercava di manifestare il frutto ottenuto dal processo di antitesi e sintesi di una realtà esterna, percepita in inglese, e una realtà interna, sentita in italiano. Questo conflitto di integrazione e di opposizione tra le due realtà linguistiche derivava da un piano esistenziale e biografico. La lingua era stato costretto a impararla presto, per sopravvivere e per dedicarsi alla sua vocazione letteraria. L’inglese di Carnevali è una lingua davvero unica: passa da parole di origine germanica, si infiltra in modo inevitabile nel latino, e finisce spesso in una specie di personalissimo mash-up italo-americano. I riferimenti a Petrarca, alla mitologia greca, all’Arcadia e la conoscenza del latino fanno emergere la formazione classica e italo-centrica del poeta. L’universo americano viene catturato e descritto attraverso la crudezza con cui gli si presenta davanti, senza filtro. In effetti, nelle sue poesie si ha chiaramente la percezione della realtà esterna come minacciosa, pericolosa. Carnevali dovette adattarsi ad essa per ragioni di sopravvivenza, ma, allo stesso tempo, era consapevole di non appartenere a quel mondo. Questa sensazione di estraneità emerge dai suoi versi in più occasioni come motivo poetico. Le città o la società americana, venivano sempre descritte da una posizione completamente altra, anarchica, da un prospettiva esterna. Il fatto di non far parte dell’universo americano spinse Carnevali a fare una critica e un’analisi più accurata del panorama che aveva di fronte, una volta sbarcato a New York. Il paese che aveva promesso di essere la terra delle opportunità offriva, in realtà, un’immagine ben lontana dal sogno dell’emigrante: la fame, la miseria e la disumanizzazione invadevano le strade delle grandi metropoli americane. In molte delle sue poesie, queste immagini sono in contrasto con quelle della sua Italia, considerata come la sua personale Arcadia. L’Italia rappresentava l’unione con la terra e la preponderanza dei sentimenti, gli Stati Uniti lo sradicamento e la disumanizzazione della vita. In un certo modo, il cambiamento di scenario e il modo di vivere del paese ospitante influenzarono e plasmarono la personalità di Carnevali. Per questo motivo, il poeta passò da un’idealizzazione dell’amore a limiti praticamente platonici, alla riduzione di questo alla sua mera materialità, la donna vista come pezzo carne. Gli incontri con le prostitute dei vicoli newyorkesi, sono altri dei motivi ricorrenti nell’opera poetica dell’autore. Accanto a loro, i rappresentanti più umili delle periferie americane, sono i protagonisti principali della sua opera, gli abitanti di quei bassifondi che facevano parte della sua quotidianità: mendicanti, lavoratori del porto, camerieri, ladri e ubriaconi.

La ragione che lo portò a frequentare i sobborghi non fu solo materiale (cioè economica), ma anche estetica e morale. Due degli autori che hanno maggiormente influenzato Carnevali furono Rimbaud e Nietzsche. Dal poeta francese, Carnevali assunse l’idea di Arte come valore supremo della vita, e dell’artista come l’unico essere capace di vivere veramente; l’assunzione di questi precetti da portare a compimento, indusse Carnevali ad cercare la percezione della realtà da tutti i punti di vista possibili, un fatto che lo portò ad anteporre il valore estetico della vita a quello economico. Questo è strettamente connesso all’influenza di Nietzsche, da cui mutuò il grido di rivolta e di sfida contro Dio. Questo spirito indipendente, ribelle e provocatorio lo allontanò ben presto da biblioteche e dalle riviste letterarie, spingendo, invece, le sue notti in taverne con persone completamente estranee al mondo della cultura, a cercare la vita vera. Infine è evidente l’enorme ispirazione che Walt Whitman rappresentò per Carnevali. Carnevali prende Whitman e lo trascina con sé all’Inferno. Come Withman questo sconosciuto poeta italiano cercò di penetrare nell’esistenza e sfiorando l’essenza del mondo attraverso la scrittura, attraverso la poesia e la crudezza che solo le parole sanno trasmetterci.

In questo volume (che potete acquistare direttamente sul sito www.eldoctorsax.blogspot.com) abbiamo raccolto tutte le poesie di Emanuel Carnevali (alcune inedite), riproposte in versione originale e tradotte all’italiano. Abbiamo pensato di ripubblicarle perché l’attualità di quest’autore sembra crescere con il passare degli anni. Nonostante Carnevali sia un poeta di frattura, pensiamo sia di fondamentale importanza riproporlo oggi, come una testimonianza letteraria, che ci mostra un punto di vista altro, quello di chi arriva in un nuovo paese. Emanuel lasciò tutto per scappare dalla miseria, dalla guerra, da una famiglia e da una società che lo rifiutava, per arrivare in una nuova realtà in cui provò la stessa povertà, la guerra personale contro una società che lo discriminava e la totale assenza di qualsiasi affetto familiare. Non era una situazione tanto diversa  da quella delle migliaia di persone che sbarcano sulle coste europee del Mediterraneo o che cercano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti: “E la fame è il patrimonio dell’emigrante” (Emanuel Carnevali) .

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