“Dai Pupazzi alla Linea”: una storia figlia della modernità e della sintesi. Intervista a Sergio Cavandoli

Attraverso quest’intervista Sergio Cavandoli ci racconta alcuni aspetti dell’intenso percorso artistico di suo padre, Osvaldo Cavandoli, creatore de La Linea (1969). “Dai Pupazzi alla Linea” rappresenta un epocale momento della storia del cinema d’animazione italiano segnato da un fortissimo desiderio di sintesi «tutt’altro che facile da realizzare: senza occhi, senza parole e senza bocca (quando il protagonista tace), l’espressività del personaggio diventa problematica da realizzare. È qui che l’arte geniale dell’animazione rende unico il personaggio e il suo creatore».

Intervista a cura di Luca Greco

Sergio, il contributo artistico e culturale che suo padre lascia al mondo del cinema d’animazione è immenso. Partiamo dagli esordi. Mi piacerebbe ricordare con lei un’importantissima parentesi della storia del cinema d’animazione: “i Pupazzi” (1949). Quali sono le grandi innovazioni che suo padre introduce all’interno di questo mondo?

«In quegli anni in Italia nascono i primi film d’animazione: I Fratelli Dinamite di Nino Pagot e  La rosa di Bagdad di Domeneghini. Sulle tecniche da usare si sa poco, molto è affidato all’ingegno degli esecutori. La medesima cosa avviene per il film a pupazzi animati: chi possiede un poco di esperienza la costudisce gelosamente. Gli esordienti, come mio padre, devono studiarsi tecniche ed artifici per superare gli ostacoli di realizzazione che si presentano via via in fase di realizzazione. Non si può quindi parlare di innovazioni introdotte in quel campo, ma di realizzazioni personali e tecniche costudite gelosamente. La progettazione, la caratterizzazione e la realizzazione dei personaggi, la costruzione degli ambienti scenografici, l’illuminazione del set di ripresa ed infine lo studio dei movimenti inerenti alla sceneggiatura, richiedevano tempi di produzione veramente lunghi».

Dopo quest’avventura, suo padre avverte un’esigenza di sintesi che lo conduce alla creazione de La Linea (1969). Nel 2000, durante un’intervista egli dice: «Il mio desiderio nel cinema d’animazione era di arrivare alle sintesi e a me il fatto della bellezza, cioè la bella calligrafia interessava relativamente. Mi interessava il discorso. […] E allora ho preso matita e fogli di carta e ho cominciato a stilizzare, stilizzare e stilizzare» (O. Cavandoli in “Un artigiano dell’Umorismo”, 2000, documentario su Osvaldo Cavandoli, creatore de La Linea). Da dove nasce questo desiderio di sintesi?

«I film d’animazione di stampo Disneyano sono molto complessi, tanti personaggi sulla scena che si muovono contemporaneamente, tavole di fondale multiple e complesse rendono anche queste produzioni complicate e gravose per un disegnatore che come mio padre lavorava da solo. Il concetto di film d’animazione è tratto e movimento. Elimininando e semplificando il più possibile otteniamo una linea che agisce su un fondo uniforme, alla ricerca di una caratterizzazione semplice della vita, dove il personaggio affronta le continue avversità (a volte viene aiutato e a volte avversato dal suo creatore, inteso come deus ex machina). Si tratta di un desiderio di chiarezza, di sincerità e immediatezza che sfocia in un bisogno di sintesi tutt’altro che facile da realizzare: senza occhi, senza parole e senza bocca (quando il protagonista tace), l’espressività del personaggio diventa problematica da realizzare. È qui che l’arte geniale dell’animazione rende unico il personaggio e il suo creatore».

Pugilato blu
La Linea (pugilato)

Come è noto, il protagonista de La Linea è chiamato inizialmente Agostino Lagostina (il nome viene poi eliminato dopo la prima serie di Caroselli). La presentazione del personaggio recita così: «Chi è Agostino? Un piccolo uomo vivace, dal naso realmente espressivo, con tutte le istanze e le preoccupazioni della vita moderna. Figlio di una matita e di una mano». Questo bizzarro personaggio, per usare un aggettivo di suo padre, è uno “scarognato” perché tanto nella sua vita quotidiana quanto negli affetti non riesce mai a combinare niente. È un po’ acido, un po’ borbottone perché non riesce a spiegarsi. Per questo motivo preferisce comunicare tutto a gesti. Quanto influisce la sua comunicazione nella formazione del suo carattere?

«La Linea, il cui carattere e le cui disavventure possono equipararsi a quelle di “Paperino”, usa la gestualità perchè privato di parole articolate e di espressione. Questo espediente diventa un forte strumento di comicità, come un bimbo piccolo che tenta di esprimersi come può, arrabbiandosi quando non viene capito».

Quando nasce il protagonista de La Linea suo padre non sa ancora di farlo parlare. Ad un certo punto al personaggio viene associata la voce di Giancarlo Bonomi che gli fornisce una parlata onomatopeica dal vago accento milanese (una sorta di grammelot), e una colonna sonora jazz curata da Franco Godì e Corrado Trinfoli. Inoltre, i colori degli sfondi sono in perfetta relazione con lo stato emotivo del personaggio. In quale misura questo modo di comunicare favorisce la sua diffusione internazionale?

«Originariamente si è escluso categoricamente un doppiaggio parlato del personaggio. La sola  musica non era soddisfacente. Dopo vari provini, il doppiaggio di Carlo Bonomi risultò ideale: rappresentò un ottimo connubio per amplificarne la comicità del protagonista. Inoltre, il fondo colorato che muta in dissolvenza rende evidente lo stato d’animo dell’omino. Questo modo di comunicare è ottimale per la sua diffusione all’estero poiché mantiene l’originale comicità che potrebbe essere ridotta o falsata da traduzioni e adattamenti d’ogni sorta».

Linea interrotta r 2
La Linea (interrotta)

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