Verità e rappresentazione nel teatro contemporaneo. Intervista a Beppe Rosso

Fin dalle sue origini il teatro è sempre stato il “luogo della comunità”. Storicamente ha segnato il progresso sociale delle civiltà mettendo in scena i drammi e le contraddizioni universali dell’uomo. Per secoli è stato così. Che cosa è cambiato oggi rispetto al passato? Come sarà il teatro post Covid-19? In questa intervista Beppe Rosso, noto attore, autore e regista teatrale mi ha raccontato i suoi esordi, la sua ricerca e come è cambiata oggi l’idea di verità rispetto al teatro storico.

Oggi il teatro tocca una percentuale minima della popolazione. Bisognerebbe lavorare perché questa platea diventi più ampia. Il tema dell’inclusione è molto molto importante, come il tema delle periferie. Bisogna aprirsi al cittadino. Io parlerei del teatro per i cittadini. Questi spazi dovrebbero essere aperti ai cittadini. Il teatro senza il pubblico non esiste”. (Beppe Rosso, attore, autore e regista teatrale)

Intervista a cura di Luca Greco.

Beppe, tu abiti nel mondo del teatro da molto tempo. Ti va di raccontarmi il tuo primo ricordo?

“Ho capito, siamo dallo psicanalista. In realtà sono due i ricordi. Uno antecedente, che si perde negli anni ’60 e non so più neppure dove mi trovavo, facevo il liceo. Ricordo di essermi esibito davanti ad una platea interpretando “Shampoo” di Giorgio Gaber. Siamo alla fine degli anni ’60, quindi stiamo parlando di un’eternità. L’altro ricordo è ambientato agli inizi del ’74, quando c’era Radio Bra Onde Rosse, idea di Carlo Petrini (futuro fondatore di Slow Food) e Circolo Cocito di Bra. Era il periodo della controinformazione. Ogni quartiere doveva avere la sua informazione, la sua radio libera. Abbiamo fatto una lotta per creare “radio libere”, senza pensare che poi sarebbero state comprate. In quel periodo è venuto Dario Fo, che faceva le trasmissioni con noi. Mettemmo su una farsa di Dario Fo, con una sua consulenza. Da quel momento in poi è partita la mia passione per il teatro che poi è andata avanti”. 

Quali sono i tuoi grandi maestri di questa nobile arte? Qual è la più grande eredità che ti porti dietro?

“La mia formazione è stata nel mentre, nel cammino. Non ho fatto un’Accademia, ma avevo dei riferimenti di grandi maestri. Certo che c’erano. Parlo di Jacques Lecoq, (mio maestro a Parigi), parlo di Peter Brook, di Ariane Mnouchine… Poi c’erano i polacchi o meglio il “Terzo Teatro” che andava da Grotowski a Eugenio Barba. Io non ero tanto per quella parte, ma hanno avuto la loro importanza. In realtà la formazione avveniva attraverso gli incontri, stages etc… C’era molta più mobilità. Addirittura mi ricordo un corso di clown fatto con Jack Millet, un clown statunitense con cui ho girato due mesi l’Italia facendo spettacoli per strada. È lì che ho imparato le tecniche del teatro di strada. Tutto era dominato dalla curiosità”. 

Se dovessimo guardare al teatro oggi, che cosa è cambiato rispetto a quegli anni?

“Rispetto a quegli anni è cambiato moltissimo. È cambiato soprattutto il pubblico. È cambiato totalmente l’ambiente in cui viviamo. Il teatro insieme alla musica è forse l’arte più antica ed è un’arte lenta, che va in contrasto con la velocità del cinema e della televisione. Il teatro è il padre lento di queste arti molto veloci e ha un’altra caratteristica che il cinema e la televisione non hanno: è un rito che avviene solamente quando ci sono gli attori e il pubblico. Senza il pubblico il teatro non esiste.  È una particolarità che consente al teatro di sopravvivere. Il pubblico ha bisogno di questa empatia che si crea tra la scena e la platea. Quando funziona lo spettatore crede a quella finzione che tu gliracconti o agisci, sta con te. Il teatro diventa una specie di agorà quando si tirano in ballo problemi importanti e ilpubblico ha la sua reattività, la sua parte diciamo. Gli spettacoli a volte cambiano a seconda del pubblico. Non cambia la struttura dello spettacolo, ma cambia l’interpretazione a seconda della reazione suscitata. Questa è l’essenza del teatro. Il teatro parla dell’umano. Si basa sull’empatia che si crea nel qui ed ora della scena”. 

Attualmente stai pensando a nuovi format?

“Non si tratta di utilizzare nuovi format. La creazione utilizza i mezzi che ha a disposizione e i mezzi che emergono a seconda delle epoche. Però, la profondità comunicativa ed emotiva non dipende tanto dai mezzi, ma da come si comunica. Sicuramente negli ultimi 30 anni sono cambiate le modalità, che sono figlie di quanto si era fatto prima. Oggi, per fare un esempio dei tanti, si parla teatro Post Moderno e di strategia paratattica come avviene nelle mostre d’arte. (quando ci sono opere diverse di uno stesso autore e l’insieme ti dà la visione dell’autore). Nel teatro lo spettatore che hai difronte è abituato a guardare le cose con una certa velocità. Allora puoi usare vari frammenti di una storia che nell’insieme ti danno che cosa vuoi comunicare. Comunque il teatro oggi deve evocare, non può più solo rappresentare”.

Guardando alla situazione attuale, come hai vissuto questo periodo di lockdown?

“Guarda, il primo periodo io l’ho vissuto benissimo perché finalmente ci siamo fermati. Il lockdown ha interrotto delle prove che stavamo facendo. Si trattava di uno spettacolo ambientato in uno studio radiofonico. Il testo si basava su una scrittura scenica che includeva l’improvvisazione degli attori. Essendo interrotti, abbiamo deciso tutti insieme di andare avanti su Zoom. Ci vedevamo ogni giorno per tre ore al giorno. C’ero io e Hamid Ziarati come autori, c’era lo scenografo, il fonico, gli attori… e per tre ore al giorno lavoravamo. Tutto questo è andato avanti per tre mesi. Ci siamo divertiti e abbiamo tirato fuori molto materiale interessante: noi scrivevamo il testo alla sera e lo mandavamo agli attori, loro lo studiavano e nel pomeriggio ci si trovava insieme anche improvvisando su Zoom. Era un meccanismo che funzionava. Quindi non abbiamo patito più di tanto la solitudine. Abbiamo fatto uno spettacolo in 5 puntate (di un’ora e dieci minuti circa l’una). Per noi è stato anche un esperimento per capire come la serialità potesse funzionare anche in teatro. Poi in ottobre, dopo una serie di prove dal vivo abbiamo presentato una puntata a settimana per cinque settimane. Il pubblico ha risposto molto bene: cresceva di volta in volta. Voleva capire come si evolveva come andava a finire, è stato un successo. Il primo lockdown quindi è stata un’occasione di sperimentazione interessante. Era da anni che non avevo 3 mesi per creare. In genere si fa tutto in un mese, un mese e mezzo. In questi 3 mesi si è riconquistato il tempo”.

Beppe Rosso con Luca Greco

Fin dalle sue origini il teatro è sempre stato il “luogo della comunità”. Storicamente ha segnato il progresso sociale della nostra civiltà mettendo in scena i drammi e le contraddizioni universali delluomo. Per secoli è stato così. Il teatro è stato lo specchio delle culture. Sarà così anche in futuro? Come sarà il teatro post Covid-19? 

“Domanda complessa. Ha bisogno di più risposte. Io penso che il teatro debba sempre mettere in scena delle contraddizioni dell’umano, dei drammi dell’uomo contemporaneo. Questo è ciò che cerco di fare io e che cercano di fare in moltissimi altri. C’è un teatro “storico”, che ha la sua funzione, e c’è un teatro contemporaneo, a cui io credo di più perché ha la funzione di parlare della complessità del mondo attuale. È così che vive il teatro, è così che si crea quell’empatia tra pubblico e scena. Il pubblico sente qualcosa che sta vivendo. All’interno dell’attuale società di massa si è creata una forbice tra intrattenimento e prodotto culturale. Oggi è piuttosto difficile distinguere le due cose. Ma qual è la differenza che c’è tra l’uno e l’altro? A parer mio se uno spettatore si porta a casa qualche cosa che non conosceva o un dubbio o a una riflessione a cui non aveva pensato, quello è un prodotto culturale. L’intrattenimento è quando si vuole far divertire il pubblico dando al pubblico quello che il pubblico vuol sentirsi dire. Questa è una grande separazione, oggi molto confusa perché sono soprattutto i numeri che contano, intendo degli spettatori. Shakespeare diceva ai suoi tempi che il teatro è lo specchio del mondo e che la maschera molte volte rivela di più che non il viso. Il teatro oggi non è più lo specchio del mondo, offre dei frammenti del mondo ciò che lo fa funzionare non è tanto la maschera, ma la sua spoliazione. L’attore più è nudo in senso metaforico e più funziona. La cosa più importante è l’autenticità”.

La verità e la rappresentazione, sono la stessa cosa?

“Ciò che avviene nel teatro è una finzione ed è una convenzione che c’è tra spettatore e attore. Ovviamente è tutto finto, lo sappiamo tutti, ma le cose che ti dico in quel momento non devono essere false ma vere, quindi tutto finto ma non falso. Le cose che mi attraversano come attore devono essere vere. C’è una verità in quel suono, in quel gesto, in quel momento”.

Ph L.Greco, Beppe Rosso

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