“Chimere possibili” a Milano: la mitologia urbana secondo Camilla Falsini

C’è stato un tempo in cui le chimere abitavano il mito, quando il confine tra il reale e l’immaginato era molto più sottile. Popolavano racconti sussurrati attorno al fuoco, incise nella pietra dei templi.

Nate dall’immaginazione delle civiltà antiche, prendevano forma come creature “impossibili”: il corpo di leone, il dorso di capra, la coda di serpente. Frammenti di mondi lontani cuciti insieme in un solo essere, come se la natura avesse dimenticato le proprie regole.

Incarnavano paura e meraviglia, incubo e incanto. E col passare dei secoli, mentre il mito si ritirava nell’ombra, la chimera è rimasta nella lingua degli uomini, trasformandosi in qualcos’altro: il nome dato ai sogni troppo grandi, alle utopie, a tutto ciò che desideriamo pur sapendo che, forse, non potrà mai esistere davvero.

Eppure, se guardata da un’altra prospettiva, la chimera racconta anche altro: l’incontro tra differenze, la coesistenza di identità molteplici, la possibilità che elementi lontani trovino una nuova forma insieme.

È proprio da questa rilettura che nasce “Le Chimere Possibili”, il murale realizzato da Camilla Falsini a Milano nel dicembre 2017, ultimo intervento dell’anno, prodotto nell’ambito del NEXT Project.

Il quartiere come creatura ibrida

L’opera prende vita a Crescenzago (vicino al corso d’acqua del Naviglio Martesana), in un quartiere periferico della città di Milano, uno spazio urbano stratificato e complesso, dove storie, provenienze e culture differenti convivono ogni giorno. Un luogo che, proprio come una chimera, appare ibrido, composito, in continuo mutamento.

Le chimere di Camilla Falsini sono simboli di una convivenza possibile, figure che raccontano l’incontro positivo tra realtà diverse che condividono lo stesso spazio urbano.

L’evoluzione delle forme: le differenze che si sostengono tra loro 

Alla base della ricerca della street artist italiana emergono temi ricorrenti, come l’evoluzione delle specie e delle forme. Negli ultimi anni il suo lavoro si è concentrato sempre più sull’essenza geometrica delle figure, ridotte a moduli elementari capaci di trasformarsi continuamente.

Il concetto richiama la teoria dell’evoluzione, dove la varietà nasce da una radice comune che si adatta al mutare delle condizioni. Tutte le specie condividono qualcosa e questa parentela invisibile diventa un’opera d’arte.

Come ha raccontato l’artista in un’intervista ad Artwork:

“Il concetto alla base della teoria dell’evoluzione – secondo cui la varietà delle forme nasce da una radice unitaria che si adatta al mutare delle condizioni, e tutte le specie condividono elementi in comune – viene visualizzato attraverso forme geometriche, quasi dei moduli con cui giocare. Linee molto essenziali permettono una grande libertà: un triangolo può diventare un naso, un orecchio felino o la punta di una coda, a seconda di dove lo si colloca”.

Linee nette, colori piatti, poligoni e triangoli costruiscono creature ibride e leggere. Nessun limite, infinite interpretazioni. Nulla è definitivo per sempre, tutto è in trasformazione.

Un processo che ricorda quello dei giochi per bambini, dove una forma può diventare qualunque cosa, mentre un oggetto troppo realistico limita l’immaginazione. Così i poligoni diventano vere e proprie relazioni. Le figure sul muro sembrano sostenersi tra loro, cercare un equilibrio, incastrarsi come parti di un bellissimo racconto collettivo che rianima la città.

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