Quando Banksy omaggiò Basquiat

Londra, settembre 2017

In città si respirava un clima di grande attesa legato alla prima grande mostra mai organizzata in Inghilterra su Jean-Michel Basquiat. Oltre sue 100 opere provenienti da musei internazionali e collezioni private stavano per essere esposte al Barbican Centre. Non è un caso che “Basquiat: Boom for Real” – curata dal Dr. Dieter Buchhart e da Eleanor Nairne (Curator, Barbican Art Gallery) – fu tenuta proprio presso il più grande centro teatrale d’Europa. Molti, infatti, furono gli artisti e le discipline con le quali l’arte di Basquiat si trovò a dialogare: con la musica, la letteratura, il cinema e la televisione.

Ricordo che alcuni giorni prima dell’apertura della rassegna nei pressi del Barbican apparvero all’improvviso due nuovi murales di Banksy. Lo street artist inglese voleva dire la sua; voleva misurarsi con il linguaggio e lo stile del grande Basquiat. L’obiettivo era chiaro a tutti: denunciare le logiche dell’attuale mondo dell’arte, inteso come spettacolo e attrazione.

Boy and Dog

In uno dei due graffiti Banksy interpretava la celebre opera di Basquiat “Boy and Dog in a Johnnypump” (1982) attraverso la rappresentazione dello stesso soggetto nelle sembianze dell’artista statunitense perquisito dalla polizia metropolitana con le braccia alzate in segno di resa. Tale rappresentazione aveva l’obiettivo di porre all’attenzione sul trattamento che veniva riservato agli street artist. Banksy fu chiaramente un grande ammiratore di Basquiat. Entrambi fecero per molti aspetti lo stesso percorso: dalla strada fino a diventare una vera e propria icona dell’arte mainstream. Il suo omaggio artistico mirava a difendere la vera identità di Basquiat da quel distruttivo processo di “fagocitazione” proprio dell’attuale mondo dell’arte, che cerca ad ogni costo di accaparrarsi tutte le sue creazioni. Questo fenomeno è chiaramente dimostrato dal fatto che ancora oggi non sono presenti in una collezione pubblica inglese opere di Basquiat.

La ruota panoramica

Nel secondo graffito Banksy decise, invece, di sostituire uno degli elementi più comuni presenti nei lavori dell’artista statunitense – la corona – ai tradizionali sedili di una ruota panoramica. Questa operazione e la presenza delle persone in fila alla biglietteria della giostra divennero l’occasione per denunciare un fenomeno piuttosto diffuso nell’arte contemporanea: da spontanea manifestazione artistica, l’arte, era ormai diventata una forma di mera attrazione, uno spettacolo per il quale pagare il biglietto d’ingresso.

Ph. L. Greco

Le dichiarazioni di Banksy su Instagram

L’intento polemico delle sue due creazioni venne immediatamente spiegato sul suo canale Instagram attraverso due inequivocabili post:

“Il nuovo grande show su Basquiat apre al Barbican, un posto dove solitamente si cancella qualsiasi graffito dalle pareti”.

In conclusione

La corporazione cittadina e i residenti del Barbican a distanza di tempo deliberarono di preservare l’omaggio a Basquiat. L’accusa di Banksy al Barbican di aver pulito qualsiasi graffito fuori dalle sue pareti, mentre al suo interno si stava celebrando una delle icone più significative della storia della street art fu forte e indusse il mondo dell’arte a riflettere sulle proprie contraddizioni. Una su tutte: la differente considerazione che viene riservata ai graffiti dentro e fuori un museo.

Che cosa sia davvero arte e che cosa sia, invece, vandalismo resta una questione tutt’ora apertissima. La posizione di Banksy a riguardo resta netta e viene chiaramente ribadita all’interno del suo libro Wall and Piece”:

“Contrariamente a quanto si va dicendo, non è vero che i graffiti sono la più infima forma d’arte. […] Non c’è elitarismo né ostentazione, si espone sui migliori muri che una città abbia da offrire e nessuno è dissuaso dal costo del biglietto. I muri sono sempre stati il luogo migliore dove pubblicare i propri lavori […] Chi davvero sfregia i nostri quartieri sono le aziende che scribacchiano slogan in formato gigante sulle facciate degli edifici e sulle fiancate degli autobus, cercando di farci sentire inadeguati se non compriamo la loro roba. Pretendono di urlarci in faccia il loro messaggio da qualsiasi superficie utile, ma a noi non è mai permesso di replicare. Se le cose stanno così […] il muro è l’arma prescelta per controbattere”. (Banksy, Wall and Piece, p.8)

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