Fatti e fabulae. Per una nuova estetica culturale

556876_4933223563310_473573421_n– Luca Greco – Nel 1938 durante una lezione di archeologia il giovane professore Henry Jones Junior recitava le seguenti parole davanti ai suoi studenti: «L’archeologia si dedica alla ricerca dei fatti, non della verità. Se vi interessa la verità, l’aula di filosofia del professor Tyre è in fondo al corridoio. […] Non ci è consentito affidarci alla mitologia come valore assoluto». Ovviamente queste sono solamente le battute di un celebre film d’avventura (Indiana Jones e l’ultima crociata), ma siamo sicuri che le cose stiano davvero così? È giusto confinare le questioni riguardanti il concetto di verità all’interno dell’aula di filosofia del povero professor Tyre come mere disquisizioni filosofiche distanti dai quei «fatti» tanto ricercati dall’archeologia?

L’archeologia ha bisogno di interrogarsi sulla «verità». Noi ne abbiamo bisogno semplicemente perché essa definisce i confini e la forma della «realtà». Fin dalla nascita ci muoviamo quotidianamente entro paradigmi e precomprensioni che vengono a coincidere con ciò che chiamiamo «realtà»: ci troviamo a vivere costantemente entro una dimensione pre-determinata dove si parla una determinata lingua, dove sono presenti determinate leggi che regolano il nostro agire quotidiano, dove una determinata moda influenza i gusti e le tendenze della società che cambia e che «progredisce» rapidamente. Chi siamo? (o meglio «chi», secondo questa idea di progresso, dobbiamo essere?) Cosa facciamo? (cosa dobbiamo fare?) Come ci orientiamo? (come dobbiamo orientarci?).

Occorre fare i conti con quell’ingombrante eredità culturale e linguistica che condiziona il nostro modo di articolare il senso dei significati che ci trafiggono in continuazione. Nello sterminato mondo dei media ogni esperienza diventa possibile solamente perché ereditiamo una «lingua naturale» che costituisce la nostra precomprensione del mondo; noi stessi ci identifichiamo in un linguaggio: c’è un senso prima di ogni interpretazione sensata della conoscenza umana, il mondo ci offre sempre qualcosa di irriducibile che è già dato e non è posto da noi, cioè quello che Umberto Eco chiama il continuum del contenuto, da sempre presente e a disposizione delle diverse culture che attraverso il loro linguaggio cercano in forme sempre differenti di indirizzare il suo senso.

Per Eco, «nel magma del continuum ci sono delle linee di resistenza e delle possibilità di flusso, come delle nervature del legno o del marmo che rendono più agevole tagliare una direzione piuttosto che l’altra. In ogni cultura ci si confronta con il problema extralinguistico della pioggia, in ogni cultura o piove o non piove, e tertium datur solo quando pioviggina o fa la brina. Se il continuum ha delle linee di tendenza, non si può dire tutto quello che si vuole. Ci sono dei sensi; forse non dei sensi obbligati, ma certo dei sensi vietati. Ci sono cose che non si possono dire». (U. Eco, Il pensiero debole vs i limiti dell’interpretazione, cit. p.70). A suo avviso, il limite risiederebbe proprio nel nostro desiderio, nel nostro tendere a una libertà assoluta (la mente può dare anche rappresentazioni immaginarie di mondi impossibili): siamo noi che chiediamo alle cose di essere quello che non sono. Di fronte al già dato formuliamo, dunque congetture e ci confrontiamo pubblicamente con gli altri (con quello che gli altri sanno del già dato). Ma come ci ricorda un altro grande filosofo italiano, Gianni Vattimo, «la questione della validità del paradigma non sorge sul problema della pioggia. Non nasce sulle verità di fatto […]. Le questioni che ci pongono in rotta con il paradigma sono quelle “noumeniche”: valori, etica, modo di organizzare la vita collettiva, senso generale della vita. E la rottura nasce proprio quando qualcuno ci risponde che il modo ragionevole di trattare tali questioni è quello di ridurle al piano delle verità di fatto». (Della realtà. Fini della filosofia, cit. p. 108). È in gioco l’irriducibile realtà culturale, linguistica e pre-giudiziale dove l’abito storico che viene indossato è sempre qualcosa di posto, o meglio imposto da una scelta culturale. Come si evince dal lungo frammento giovanile di Friedrich Nietzsche, intitolato «Su verità e menzogna in senso extramorale» (1873), la conoscenza viene a formarsi come un’attività sempre soggettiva consistente nell’effetto della creazione di metafore da parte di un individuo, privo di una struttura stabile e costituito da una sempre mobile gerarchia di pulsioni: le metafore che vengono create durante la conoscenza sono sempre differenti e direttamente connesse con le molteplici configurazioni che una determinata relazione di dominio (lotta tra i viventi) può assumere. Durante la costituzione di una società, la creazione di metafore alla fine viene a coincidere con la creazione di un linguaggio «normale» imposto dai più forti ai più deboli non certamente per ragioni «disinteressate» (ragioni teoretiche), bensì per motivi legati all’agire quotidiano: le relazioni di dominio vengono regolamentate imponendo una descrizione «vera» della realtà. Non esiste un modo di fissare una volta per tutte le metafore «più favorevoli». Tali considerazioni valgono anche per la «conoscenza storica». Lo sapeva bene Walter Benjamin per il quale non è possibile conoscere il passato «come propriamente è stato». Interpretare storicamente equivale a far proprio il ricordo del passato una volta per tutte nell’attimo della sua conoscibilità, ossia nell’istante di un pericolo che «sovrasta tanto il patrimonio della tradizione quanto coloro che la ricevono. Esso è lo stesso per entrambi: di ridursi a strumento della classe dominante». (Benjamin, Tesi di filosofia della storia, p.13) Al fine di legittimare il proprio potere, i «vincitori» cancellano violentemente dalla memoria collettiva le ragioni dei vinti e costruiscono la storia attraverso la conservazione e il racconto di un passato che diventa sempre più «unitario» e razionale: «Chiunque ha riportato fino ad oggi la vittoria, partecipa al corteo trionfale in cui i dominatori di oggi passano sopra quello che oggi giacciono a terra. La preda, come si è sempre usato, è trascinata nel trionfo». (Benjamin, Tesi di filosofia della storia, p. 14). Pertanto, è nostro dovere preservare la tradizione dalla minaccia di sopraffazione, tipica del conformismo della «storia dei vincitori», attraverso ogni mezzo di informazione culturale possibile.

Contrariamente alle convinzioni proprie della modernità, le quali guardavano alla storia come ad un processo oggettivo unitario, oggi forse siamo maggiormente consapevoli del fatto che la nostra interpretazione della storia sia solamente un’interpretazione «interessata» (una ricostruzione), ispirata da un progetto come ogni altra conoscenza del mondo. Oggi non è più possibile indicare un senso unitario e razionale che leghi una civiltà all’altra poiché all’interno della storia non vi è alcuna logica: il mutato equilibrio politico tra l’Occidente e gli altri mondi culturali conduce inevitabilmente all’affermarsi di un pluralismo culturale. Le «altre» culture hanno una loro storia da raccontare e visioni autonome del mondo con le quali l’Occidente deve entrare in dialogo. Nel mondo vi è una lotta insanabile tra i diversi ordini valoriali, tutti egualmente validi o non validi: ogni azione umana nasce per la scelta di un valore in funzione di un obiettivo valutato come «buono». Analogamente a quanto succedeva nell’antica Grecia, dove gli abitanti delle singole città sceglievano le proprie divinità offrendo loro sacrifici, l’uomo contemporaneo, dinanzi a tale frazionamento di valori può ritagliarsi un margine di libertà scegliendo uno dei valori che proliferano e seguirlo. Pertanto il politeismo dei valori, di cui parlava anche Max Weber, non può essere una religione di molti dèi, dove tutti sono allo stesso modo incomparabili e onnipotenti. Inevitabilmente avremo sempre a che fare con posizioni etiche e religiose differenti rispetto a quelle in cui siamo nati e cresciuti. Per vivere nel mondo della pluralità delle culture irriducibili dove la possibilità di rimanere schiavi di un valore supremo, fondato sulla razza, sulla religione o anche sulla difesa delle proprie radici culturali nazionali dall’invasione degli «stranieri» è sempre alto, occorrerà guardare alle altre culture con uno sguardo più estetico: analogamente a ciò che accade nell’arte, la volontà di comprendere le altre culture viene a configurarsi come un continuo superamento di sé, come il passaggio dai vecchi ai nuovi valori (o stili nel caso dell’arte). Tuttavia, lo svelarsi di questo carattere metaforico  della «realtà valoriale» non conduce a un accesso privilegiato alla verità attraverso la rimozione delle maschere che gli sono state imposte nel corso della storia, bensì ad un’esperienza ancora più radicale del divenire: non esiste una verità assoluta, esiste solo un mondo dove la verità si costruisce, un mondo dove vince un determinato sistema metaforico che si impone su tutti coloro che vivono e dialogano entro una determinata comunità.

Alla luce di tali «considerazioni», è possibile ri-pensare criticamente la realtà dei «fatti culturali» e raccontarla in modo nuovo attraverso l’attento sguardo «filosofico»?
Questo blog rappresenta un tentativo di riflessione su ciò che accade nel mondo dell’arte, del cinema e dei media. Si tratta di un nuovo modo di fare cultura che prescinde dall’odierna e dilagante logica mediatica volta alla serialità dell’informazione e alla mancanza di approfondimento.

Non basta la presenzialità dell’attore-spettatore all’interno del racconto per conferire maggiore verità all’informazione; è necessario che ci sia un «riconoscimento» critico volto a costruire una verità culturalmente condivisa e consapevole di essere circoscritta entro un determinato orizzonte linguistico e temporale (di non essere assoluta e indiscutibile). Tale assunzione responsabile della nostra storicità verrà a configurarsi solamente come un’interpretazione e ridescrizione soggettiva del mondo, intersoggettivamente vissuta e ragionevolmente accettata. Pertanto, vedremo colori e ascolteremo suoni, intervisteremo artisti e racconteremo le storie di persone inserite in una rete di fenomeni contingenti che fanno cultura e prenderemo parte a questa ridescrizione. Nulla avrà il carattere della verità indiscutibile poiché tutto è ridescrizione, tutto è fabula.

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